Pubblico la lettera che Martin Luther King scrisse dal carcere di Birmingham il 16 aprile 1963, come risposta alla lettera aperta con la quale otto sacredoti bianchi avevano definito le sue dimostrazioni "imprudenti" e "intempestive". L'illustrazione è di Ron Hill e tratta dal libro "Martin Luther King" di Rufus Burrow Jr.

 

Miei cari colleghi sacerdoti,
mentre sono confinato nella prigione di Birmingham, sono qui a rispondere alle vostre recenti dichiarazioni secondo cui le mie attuali attività sono da considerarsi “avventate ed inopportune”. Raramente faccio passare del tempo per rispondere alle critiche sul mio lavoro e sulle mie idee. Se cercassi di rispondere a tutte le critiche che arrivano sul mio tavolo, le mie segretarie avrebbero poco tempo per dedicarsi all’altra corrispondenza della giornata ed io non avrei tempo per dedicarmi a qualcos’altro di costruttivo. Ma poiché sento che voi siete uomini di sincera e buona volontà e che le vostre critiche sono sinceramente costruttive, voglio provare a rispondere alle vostre osservazioni in quelli che spero siano termini pazienti e ragionevoli.

Io penso di dover indicare perché sono qui a Birmingham poiché siete stati influenzati dalla opinione per cui siete contro gli “stranieri che si intrufolano” (nel merito dei problemi di altri). Ho l’onore di servire come presidente della Southern Christian Leadership Conference, una organizzazione che opera in ogni stato del Sud, la cui sede principale è ad Atlanta in Georgia. Abbiamo circa ottantacinque organizzazioni affiliate per tutto il Sud ed una di loro è l’Alabama Christian Movement for Human Rights. Di frequente noi condividiamo con i nostri affiliati sia il personale di staff che le risorse educative e finanziarie. Diversi mesi fa l’affiliato di Birmingham ci chiese di essere pronti ad intervenire in un programma di azione diretta non-violenta se ce ne fosse stato bisogno. Abbiamo acconsentito prontamente e quando l’ora è venuta siamo stati pronti a tener fede alla nostra promessa. Così io, e diversi membri del mio staff, sono qui perché invitato, sono qui perché qui ho legami organizzativi

Ma in modo più basilare sono a Birmingham perché qui regna l’ingiustizia. Proprio come i profeti, già otto secoli prima di Cristo, che lasciarono i loro villaggi per portarsi lontano “così come disse il Signore” oltre i confini delle loro città natie, e così come l’Apostolo Paolo lasciò il suo villaggio di Tarso e portò il Vangelo di Gesù Cristo agli angoli più lontani del mondo greco-romano, così io sono stato costretto a portare la parola libertà oltre la mia propria città natale. Come Paolo devo costantemente rispondere alle chiamate di aiuti dei Macedoni. E inoltre sono cosciente delle interrelazioni tra tutte le comunità e gli stati. Non posso stare oziosamente seduto ad Atlanta e non essere preoccupato di quello che succede a Birmingham. L’ingiustizia, ovunque, è una minaccia alla giustizia ovunque. Siamo tenuti in una inevitabile rete di mutualità legati dallo stesso destino.

Ogni cosa che tocchi uno direttamente tocca tutti indirettamente. Mai potremo di nuovo permetterci di vivere con l’angusta, provinciale idea dell’"agitatore esterno”. Chiunque viva dentro gli Stati Uniti non può essere considerato un estraneo all’interno dei suoi confini.Voi deplorate le dimostrazioni che hanno avuto luogo a Birmingham. Ma le vostre argomentazioni, mi spiace dirlo, sbagliano ad esprimere una simile preoccupazione per le condizioni che portarono alle dimostrazioni. Sono sicuro che nessuno di voi vorrebbe rimanere soddisfatto con il superficiale tipo di analisi sociale che tratta semplicemente degli effetti senza preoccuparsi delle cause di fondo.

È stata una sfortuna che le dimostrazioni abbiano avuto luogo a Birmingham ma è anche più sfortunato il fatto che le strutture della potenza bianca della città abbiano lasciato senza alternative la comunità dei Negri. In ogni dimostrazione non-violenta ci sono quattro passi fondamentali: l’insieme dei fatti che dimostrano che l’ingiustizia esiste; la negoziazione; l’auto-purificazione e l’azione diretta. Noi abbiamo seguito tutti questi passi a Birmingham. Non possono esserci contraddizioni. Il fatto che l’ingiustizia razziale inghiottisce questa comunità. Birmingham è probabilmente la città più minuziosamente segregata negli Stati Uniti. Il suo brutto primato di brutalità è largamente diffuso. I Negri hanno avuto molta esperienza di trattamenti ingiusti nei tribunali. Ci sono stati più casi irrisolti di case e chiese di Negri fatte saltare in aria in Birmingham che in ogni altra città della nazione. Questi sono i duri e brutali fatti del caso. Sulla base di queste condizioni i leader Negri cercarono di negoziare con i capi della città. Ma questi ultimi rifiutarono coerentemente di impegnarsi in una buona/fiduciosa negoziazione.

Poi, nel settembre scorso, venne l’opportunità di parlare con i leader della comunità economica di Birmingham. Nel corso della negoziazione alcune promesse furono fatte dai commercianti, per esempio, di rimuovere dai magazzini quegli umilianti cartelli razziali. Sulla base di queste promesse, il reverendo Fred Shuttlesworth ed i leader dell’Alabama Christian Movement for Human Rights accondiscesero ad una moratoria di tutte le dimostrazioni. E nelle settimane e nei mesi successivi realizzammo di essere stati le vittime delle promesse tradite. Qualche cartello, tolto di sfuggita, fu rimesso; gli altri rimasero.

Come molti altri aspettammo di vedere Mr. Condor sconfitto ed a questo obiettivo abbiamo resistito a posporre e poi posporre. Avendo corrisposto aiuti in questa comunità bisognosa abbiamo sentito che il nostro programma di azione diretta non può essere rimandato oltre.

Potete ben chiedere:”Perché l’azione diretta? Perché i sit-in, marce e così via? Non è la negoziazione una strada migliore? Avete quasi ragione a chiedere una negoziazione. Infatti questo è il vero scopo dell’azione diretta. L’azione diretta non-violenta cerca di creare una crisi ed incoraggia una tensione che costringa, una comunità che è stata costantemente rifiutata al negoziato, a confrontarsi col problema. Essa cerca di drammatizzare così tanto il problema che non possa essere ignorato. La mia citazione della creazione della tensione come parte del lavoro di una resistenza non-violenta può suonare scioccante. Ma devo confessare che non ho paura della “tensione” del mondo. Ho seriamente opposto una tensione non-violenta ma c’è un tipo di tensione costruttiva non-violenta che è necessaria per la crescita. Così come Socrate sentì che era necessario creare una tensione nella mente perché gli individui potessero innalzarsi dalla schiavitù dei miti e delle mezze verità per il regno dei liberi di condurre analisi creative e valutazioni oggettive, così dobbiamo vedere la necessità della non-violenza di creare un tipo di tensione nella società che aiuterà gli uomini a sollevarsi dalla oscura profondità del pregiudizio e del razzismo alle maestose altezze della comprensione e della fratellanza. Lo scopo del nostro programma di azione diretta non-violenta è di creare una situazione di crisi che aprirà inevitabilmente la porta della negoziazione. Quindi concordo con voi nell’invocare un negoziato. Troppo a lungo la nostra adorata terra del Sud è stata impantanata nel tragico sforzo di sostenere un monologo anziché un dialogo.

Uno dei punti basilari delle vostre dichiarazioni è che l’azione tenuta da me e dai miei associati a Birmingham è inopportuna. Qualcuno ha chiesto:”Perché non date tempo alla nuova amministrazione comunale di agire?” La sola risposta che posso dare a questa domanda è che la nuova amministrazione di Birmingham deve essere spinta al problema quanto quella uscente prima che agisca. Abbiamo tristemente sbagliato se pensiamo che l’elezione di Albert Boutwell come sindaco possa portare il millennio a Birmingham. Mentre il signor Boutwell è una persona molto più gentile del signor Condor, sono entrambi segregazionisti, dedicati al mantenimento dello status quo. Ho sperato che il signor Boutwell fosse sufficientemente ragionevole da vedere futile una resistenza di massa alla disegregazione. Ma non vede senza la pressione dei sostenitori dei diritti civili.

Amici miei, devo dirvi che non abbiamo fatto un singolo profitto nei diritti civili senza una determinata, legale e non-violenta pressione. Doloroso è un fatto storico per cui gruppi privilegiati raramente rinunciano volontariamente ai loro privilegi. Gli individui possono vedere la luce della morale e volontariamente possono cambiare il loro ingiusto comportamento; ma come Reinhold Niebuhr ci ha ricordato, i gruppi tendono ad essere più immorali degli individui. (Per dirla in un altro modo … la vita è un morso che nessuno ti vuol far dare su quello che tiene … P. Daniele) Sappiamo attraverso dolorose esperienze che la libertà non è mai data volontariamente dall’oppressore; deve essere chiesta dall’oppresso. Mi sono appena impegnato in una lotta ad azione diretta che era ben programmata nell’ottica di coloro che non hanno sofferto eccessivamente della malattia della segregazione. Per anni ho sentito la parola “aspetta!”. Suona nell’orecchio di ogni Negro con acuta familiarità. Questo “aspetta” ha molto spesso voluto significare “mai”. Dobbiamo venire a vedere con uno dei nostri eminenti giuristi che “la giustizia troppo a lungo ritardata è giustizia negata.”

Abbiamo aspettato per oltre 340 anni per i nostri diritti costituzionali e dati da Dio. Le nazioni africane ed asiatiche si stanno muovendo con velocità supersonica verso l’acquisizione dell’indipendenza politica. Ma noi avanziamo ancora pian pianino col passo “del cavallo e del coniglio” verso il guadagno di una tazza di caffè allo sportello del self-service. Forse è facile per quelli che non hanno mai provato la puntura della freccetta della segregazione dire “aspetta”. Ma quando avete visto la calca cattiva linciare le vostre madri ed i vostri padri per volontà e affogare le vostre sorelle e i vostri fratelli per capriccio; quando avete visto poliziotti pieni d’odio maledire, dare calci e spesso uccidere i vostri fratelli e le vostre sorelle neri; quando vedete la vasta maggioranza dei venti milioni di vostri fratelli Negri soffocare nella gabbia ermetica della povertà in mezzo ad una ricca società; quando improvvisamente trovate la vostra lingua attorcigliata ed il vostro discorso balbettare mentre cercate di spiegare a vostra figlia di sei anni che lei non può andare al parco pubblico dei divertimenti che è stato appena pubblicizzato in televisione, e vedete le lacrime sgorgare dai suoi occhi quando dice che il parco dei divertimenti è chiuso ai bambini di colore, e vedete nuvole minacciose di inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e vedete come cominci a distorcere la sua personalità sviluppando un’inconscia amarezza verso la gente bianca; quando dovete inventarvi una risposta per un figlio di cinque anni che chiede:”Papà, perché gli uomini bianchi trattano la gente di colore in modo così cattivo?”; quando prendete un noleggiatore e lo trovate necessario per dormire notte dopo notte negli angoli scomodi della vostra automobile perché nessun motel vi accetterà; quando siete umiliati giorno per giorno da continue osservazioni leggendo “bianchi” e “neri”; quando il tuo primo nome diventa “negro”, il tuo secondo nome diventa “ragazzo” (qualunque sia la tua età) ed il tuo ultimo nome diventa “John”, e le vostre mogli e madri non ricevono mai il titolo di “signora”; quando siete assillati di giorno e cacciati di notte per il fatto che siete un Negro e vivete costantemente in punta di piedi, senza sapere mai cosa aspettarsi dopo, e siete tormentati con paure interiori e risentimenti esterni; quando dovete combattere sempre un degenere senso di “essere nessuno” allora capirete perché troviamo difficile aspettare. Viene il momento in cui la coppa della pazienza si esaurisce e gli uomini non sono più disposti ad essere spinti nell’abisso della disperazione. Spero signori, che voi capiate la nostra legittima ed inevitabile impazienza.

Voi esprimete un grande senso di ansietà circa la nostra intenzione di non rispettare la legge. Questa è certamente una preoccupazione legittima. Poiché noi, così diligentemente, stimoliamo la gente ad obbedire alle decisioni della Corte Suprema del 1954 che ha dichiarato fuori legge la segregazione nelle scuole pubbliche, a prima vista può sembrare piuttosto paradossale per noi consci di non rispettare la legge. Una domanda possiamo ben fare:”Come si può non rispettare alcune leggi ed obbedire a delle altre?”. La risposta sta nel fatto che ci sono due tipi di leggi: giuste ed ingiuste.

Io sarei il primo a chiedere di obbedire alle leggi giuste. Uno ha una responsabilità non solo legale ma anche morale per obbedire a leggi giuste. Al contrario, uno ha la responsabilità morale di disobbedire a leggi ingiuste. Sono d’accordo con S. Agostino per cui:”Una legge ingiusta non è affatto una legge”. Ora qual è la differenza fra le due? Come si può determinare se una legge è giusta o ingiusta? Una legge giusta è un codice fatto dall’uomo che è coerente con la legge morale e la legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice che non è in armonia con la legge morale. Per porla nei termini di S. Tommaso d’Aquino:”Una legge ingiusta è una legge umana che non trova radice nella legge eterna e nella legge naturale. Ogni legge che innalza la personalità umana è giusta. Ogni legge che degrada la personalità umana è ingiusta. Tutti gli statuti segregazionisti sono ingiusti perché la segregazione distorce l’anima e danneggia la personalità. Da al segregatore un falso senso di superiorità e al segregato un falso senso di inferiorità. La segregazione, per usare una terminologia del filosofo israeliano Martin Buber, sostituisce una relazione “io-esso” con una relazione “io-essi” e finisce col relegare le persone allo stato di cose. Dunque la segregazione non è solo politicamente, economicamente e socialmente discordante ma è moralmente sbagliata e peccaminosa. Paul Tillich ha detto che il peccato è separazione. Non è la segregazione una espressione esistenziale della tragica separazione degli uomini, la sua tremenda alienazione, la sua terribile peccaminosità? Così posso suggerire agli uomini di obbedire alla decisione della Suprema Corte del 1954 per la sua giustezza morale; e posso suggerire loro di disobbedire alle ordinanze segregative perché moralmente sbagliate. Consideriamo un esempio più concreto di leggi giuste ed ingiuste. Una legge ingiusta è un codice che un gruppo più forte o più numeroso obbliga un gruppo minoritario ad obbedire senza vincolare se stesso. Questa è una differenza resa legale. Allo stesso modo, una legge giusta è un codice che una maggioranza impone ad una minoranza e da prova di buona volontà nel seguirla essa stessa. Questa è parità legale.

Lasciatemi dare un’altra spiegazione. Una legge è ingiusta se inflitta ad una minoranza che come suo risultato vede negato il diritto al voto, e non partecipa all’emanazione o a concepire la legge stessa. Chi può dire che la legislatura dell’Alabama che istituisce quelle leggi segregazioniste degli stati è stata democraticamente eletta? In tutta l’Alabama tutte le specie di metodi contorti sono stati usati per prevenire il fatto che i Negri possano divenire votanti registrati, e ci sono paesi in cui, sebbene i Negri costituiscano la maggioranza della popolazione, non un singolo Negro è registrato. Può qualche legge essere emanata in circostanze considerabili strutturate democraticamente?

Qualche volta una legge è giusta in apparenza ma ingiusta nella sua applicazione. Per esempio sono stato arrestato durante una manifestazione non permessa. Ora, non c’è nulla di sbagliato nell’avere un’ordinanza che richieda il permesso per fare delle manifestazioni. Ma un’ordinanza diventa ingiusta quando viene usata per mantenere la segregazione e negare ai cittadini il privilegio del Primo Emendamento delle assemblee pacifiche e della protesta. Spero siate in grado di percepire la differenza che sto tentando di far emergere. Io sostengo che non ha senso eludere o resistere a una legge come vorrebbero i segregazionisti fanatici. Indurrebbe all’anarchia. Chi si oppone ad una legge ingiusta deve farlo apertamente, amorevolmente e con il buon proposito di accettarne la pena. Io penso che ogni individuo che non rispetti la legge che la sua coscienza gli dimostri ingiusta e chi di buon grado accetta la pena della prigione per svegliare la coscienza della comunità sulla sua ingiustizia, in realtà sta dimostrando il più alto rispetto per la giustizia. Naturalmente non c’è niente di nuovo su questo tipo di disobbedienza civile. Fu evidenziato sublimemente nel rifiuto di Shadrach, Mechach e Abednego di obbedire alle leggi di Nebuchadnezzar in ragione che una più alta legge morale fosse la vera questione di fondo. È stata praticata superbamente dai primi cristiani che erano di buon grado di fronte ai leoni affamati e allo straziante dolore dei blocchi instabili piuttosto che sottomettersi alle leggi ingiuste dell’Impero Romano. Accedere liberamente ad una laurea oggi è una realtà perché Socrate praticava la disobbedienza civile. Nella nostra nazione il Boston Tea Party rappresentò un grande atto di disobbedienza civile.

Non dovremmo mai dimenticare che tutto quello che Adolf Hitler fece in Germania fu “legale” e che tutto quello che fecero in Ungheria i combattenti ungheresi per la libertà fu “illegale”. Fu illegale l’aiuto ed il conforto agli ebrei nella Germania di Hitler.

E così, sono sicuro che se fossi vissuto in Germania a quel tempo avrei aiutato e confortato i miei fratelli ebrei. Se oggi vivessi nei paesi comunisti dove certi principi cari alla carità cristiana sono soppressi, avrei apertamente sostenuto la disobbedienza alle leggi antireligiose di quei paesi.

Devo farvi due oneste confessioni fratelli cristiani ed ebrei. Prima devo confessare che sopra i pochi ultimi anni passati sono stato in grave disaccordo con i bianchi moderati. Ho almeno raggiunto la deplorevole conclusione che il maggior ostacolo dei neri nel loro camminare a passi lunghi verso la libertà non è il White Citizen’s Counciler o il Ku Klux Klanner, ma i bianchi moderati che sono più legati all’ordine che alla giustizia. Chi preferisce una pace negativa che è l’assenza di tensione verso una pace positiva che è la presenza della giustizia; chi dice costantemente: “sono d’accordo con te verso l’obiettivo che stai perseguendo ma non sono d’accordo con te con i tuoi metodi di azione diretta”; chi paternalisticamente crede di poter definire una scala temporale per un’altra libertà degli uomini; chi vive col concetto mitico del tempo e chi costantemente avvisa il Negro di aspettare una “stagione più conveniente”. Una comprensione superficiale della gente di buona volontà è più frustrante della completa incomprensione della gente di cattiva volontà. La tiepida accettazione è molto più sconcertante di un aperto rifiuto. (D’altro canto si dice che l’inferno sia lastricato di buone intenzioni mai applicate!) Ho sperato che i bianchi moderati avessero capito che la legge e l’ordine esistono allo scopo di stabilire giustizia e che quando sbagliano in questo scopo diventano la diga così pericolosamente strutturata che blocca il flusso del progresso sociale. Ho sperato che i bianchi moderati avessero capito che l’attuale tensione del Sud è una fase di transizione necessaria da una disgustosa pace negativa, in cui il Negro accetta passivamente la sua ingiusta situazione, ad una pace solida e positiva in cui ogni uomo rispetterà la dignità ed il valore della personalità umana. Attualmente, noi che siamo impegnati in un’azione diretta non-violenta non siamo i creatori di questa tensione. Noi semplicemente portiamo in superficie la tensione nascosta che è già viva. Noi la portiamo all’aperto dove può essere vista e condivisa. Come qualcosa che raggiunge l’ebollizione e che non può essere più curato dal coperchio ma deve essere aperta con tutte le bruttezze delle medicine naturali dell’aria e della luce, l’ingiustizia deve esplodere con tutte le tensioni che la sua esplosione crea, alla luce della coscienza umana e all’aria della opinione nazionale prima che possa essere curata.

Nelle vostre dichiarazioni asserite che le nostre azioni, sebbene spesso pacifiste, devono essere condannate perché propedeutiche alla violenza. Ma è una asserzione logica? Non è questo come condannare un uomo rapinato perché il suo possesso di danaro è propedeutico all’atto diabolico della rapina? Non è come condannare Socrate perché il suo impegno a non rispondere che alla verità ed i suoi perché filosofici sono propedeutici all’azione sbagliata della popolazione che gli ha fatto bere la cicuta? Non è questo come condannare Gesù perché la sua unicità della conoscenza di Dio e la mai cessante devozione al volere di Dio sono propedeutici alla diabolica azione della crocifissione? Dobbiamo prendere atto che la corte federale ha coerentemente affermato che è sbagliato stimolare un individuo a far cessare il suo sforzo per raggiungere i suoi diritti costituzionali di base perché la cosa può essere propedeutica alla violenza. La società deve proteggere il rapinato e punire il rapinatore.

Ho anche sperato che i bianchi moderati avrebbero rigettato il mito del tempo in relazione alla lotta per la libertà. Ho appena ricevuto una lettera di un fratello bianco del Texas. Egli scrive:”Tutti i cristiani sanno che la gente di colore deve riceve eventualmente gli stessi diritti, ma è possibile che lei metta troppa fretta al senso religioso. La cristianità ha impiegato duemila anni per ottenere quello che ha. Gli insegnamenti di Cristo hanno bisogno di tempo per prendere piede.” Da cui prende piede l’atteggiamento di una tragica idea sbagliata del tempo per cui da questa estranea irrazionale nozione si deriva che ci sia qualcosa nel fluire del tempo che inevitabilmente curerà tutti i mali. Attualmente il tempo di per se stesso è neutrale; può essere usato sia in modo costruttivo che distruttivo. Più e più volte ho sentito che la gente di cattiva volontà ha usato il tempo molto più proficuamente che le persone di buona volontà. Questa generazione dovrà pentirsi non semplicemente per le odiose parole e le azioni della gente cattiva ma per lo spaventoso silenzio della gente buona. Il progresso umano non scorre sulle ruote dell’inevitabilità. Viene attraverso gli instancabili sforzi degli uomini disposti ad essere cooperatori con Dio, e senza questo duro lavoro, il tempo di per se stesso diventa un alleato delle forze della stagnazione sociale. Dobbiamo usare il tempo in modo costruttivo nella consapevolezza che il tempo è sempre maturo per fare bene. Ora è il tempo per rendere reale la promessa di democrazia e di trasformare la nostra elegia nazionale pendente in un creativo salmo di fratellanza. Ora è il tempo di far migrare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della dignità umana.

Voi parlate delle nostre attività in Birmingham in modo estremo. Prima di tutto sono rimasto piuttosto deluso che dei fedeli ecclesiastici vedessero i miei sforzi non-violenti come quelli di un estremista. Ho cominciato a pensare sul fatto di essere tra due forze opposte nella comunità Negra. Una è una forza di compiacenza, fatta in parte di Negri che, come risultato di lunghi anni di oppressione, sono così depauperati di auto rispetto e senso di “se stessi” che si sono abituati alla segregazione; ed in altra piccola parte di Negri della classe media che, o perché laureati e benestanti, o perché in qualche modo approfittano della segregazione, sono diventati insensibili ai problemi delle masse. L’altra forza è amara ed odiata ed è stata ad un passo dal sostenere la violenza. È espressa nei vari gruppi nazionalisti neri che sono emersi per tutta la nazione, di cui il più grande ed il più conosciuto è il movimento di Eijah Muhammad’s Muslim. Nutrito dalla frustrazione del Negro sulla continua esistenza della discriminazione razziale, questo movimento è costruito da persone che hanno perso la fede nell’America, che hanno assolutamente ripudiato la cristianità, e che hanno concluso che l’uomo bianco è un incorreggibile “demonio”.

Ho provato a stare fra queste due forze dicendo che non abbiamo bisogno di emulare ne “il fare nullismo” del compiacente ne l’odio e la disparità del nazionalismo nero. C’è una più eccelsa strada dell’amore e della protesta non-violenta. Sono grato a Dio che, attraverso la chiesa del Negro, la strada della non-violenza diventi parte integrante della nostra lotta. In questa filosofia non è emersa, ma ora, molte strade del Sud, sono convinto, vorrebbero essere insanguinate. E sono convito per il futuro che se i nostri fratelli bianchi liquidassero come “provocatori canaglie” e “agitatori esterni” quelli di noi che impiegano l’azione diretta non-violenta, e se essi rifiutassero di sostenere i nostri sforzi non-violenti, milioni di Negri, frustrati e disperati, cercheranno consolazione e sicurezza nelle ideologie del nazionalismo nero – uno sviluppo che porterà inevitabilmente ad un pauroso incubo razziale. La gente oppressa non può rimanere oppressa per sempre. Il desiderio intenso per la libertà manifesta eventualmente se stessa ed è quello che è successo ai Negri americani. Qualcosa gli ha ricordato che il suo diritto di nascita è in libertà e qualcosa gli ha ricordato che può essere guadagnato. Consciamente o inconsciamente è stato messo in pari da Zeitgeist e con i suoi fratelli neri d’Africa e con i suoi fratelli scuri e gialli d’Asia. e del Sud America, il Negro degli Stati Uniti si sta muovendo con un senso di grande urgenza attraverso la terra promessa della giustizia razziale. Se uno riconosce questo impulso vitale che ha inghiottito la comunità Negra, uno dovrebbe prontamente capire perché stanno avendo luogo le dimostrazioni Apubbliche. Il Negro ha molti risentimenti repressi e frustrazioni latenti, e deve liberasene. Così lasciatelo marciare; lasciatelo pregare in pellegrinaggio verso il comune; lasciatelo andare sulle strade della libertà e provate a capire perché deve fare così. Se non si libera delle sue emozioni represse in modo non-violento egli cercherà risposte tra la violenza. Questa non è una minaccia ma un fatto storico. Così non ho detto alla mia gente:”Liberati del tuo di scontento”. Piuttosto ho provato a dire che questo normale e sano scontento può essere incanalato verso uno sbocco di azione diretta non-violenta. E ora questo approccio è definito estremista.

Ma benché fossi inizialmente deluso dall’essere definito estremista ho continuato a pensare alla questione e gradualmente ho guadagnato una misura di soddisfazione da quella etichetta. Non fu Gesù un estremista per amore:”ama i tuoi nemici, benedici coloro che ti maledicono, fa del bene a quelli che ti odiano e prega per quelli che ti usano e ti perseguitano.” Non fu Amos un estremista per giustizia:”lascia che la giustizia sgorghi come acqua e la rettitudine come un flusso senza fine”. Non fu Paolo un estremista del Vangelo cristiano:”Porto nel mio corpo i segni del nostro signore Gesù”. Non fu Martin luthero un estremista:”Qui rimango. Non posso fare altrimenti così aiutami o Dio”. E John Bunyan:”Starò in prigione e prima della fine dei miei giorni farò un macello della mia coscienza”. E Abramo Lincoln:”Questa nazione non può sopravvivere mezza schiava e mezza libera.” E Tommaso Jefferson:”Consideriamo queste verità evidenti di per se stesse che tutti gli uomini sono creati uguali”. Così la questione non è se siamo estremisti, ma che tipo di estremisti saremo. Saremo estremisti per odio o per amore? Saremo estremisti per la conservazione dell’ingiustizia o per l’estensione della giustizia? In quella drammatica scena sulla collina del Calvario tre uomini furono crocefissi. Non dobbiamo mai dimenticare che quei tre uomini furono crocefissi per lo stesso crimine – il crimine dell’estremismo.

Ho sperato che i bianchi moderati avessero visto questa necessità. Forse sono stato troppo ottimista; forse mi sono aspettato molto. Suppongo che avrei dovuto realizzare che pochi membri della razza oppressiva potessero capire i profondi lamenti e la passione del desiderio intenso della razza oppressa e che ancora meno avessero la visione di comprendere che l’ingiustizia deve essere spazzata via con forza, persistenza ed azione determinata. Sono riconoscente, tuttavia, ad alcuni dei nostri fratelli bianchi nel Sud che hanno compreso il senso di questa rivoluzione sociale e di essersi impegnati per essa. Sono ancora pochi quantitativamente, ma sono grandi in qualità. Alcuni – come Ralph McGill, Lillian Smith, Harry Golden, James McBride Dabbs, Ann Braden, e Sarah Patton Boyle – hanno scritto sulla nostra lotta in termini eloquenti e profetici. Altri hanno marciato con noi giù per le strade senza nome del Sud. Sono stati lasciati a languire in luride ed infestate prigioni soffrendo gli abusi e le brutalità dei poliziotti che li vedevano come “sporchi amici dei negri”. Non come molti dei loro fratelli e sorelle moderati essi hanno colto l’urgenza del momento ed il senso della necessità per un’”azione” potente antidoto per combattere la malattia della segregazione.

Lasciatemi annotare un’altra mia grande delusione. Sono rimasto fortemente deluso dalla chiesa dei bianchi e con i suoi capi. Naturalmente ci sono da notare alcune eccezioni. Non sono disattento sul fatto che ognuno di voi ha assunto posizioni significative su questo problema. Lodo voi reverendo Stallings per l’atteggiameAnto cristiano avuto lo scorso sabato, nel dare il benvenuto ai Negri nel vostro servizio di culto su basi non segregazioniste. Lodo i leader cattolici di questo stato per aver promosso l’integrazione allo Spring Hill College già diversi anni fa. Ma malgrado queste eccezioni degne di nota, devo onestamente reiterare che sono stato deluso dalla chiesa. Non dico questo come una di quelle critiche negative che possono sempre trovare qualcosa di sbagliato nella chiesa. Dico questo come ministro del Vangelo, che ama la chiesa; che è stato allevato nel suo seno; che è stato sostenuto dalla sua benedizione spirituale e che rimarrà fedele ad essa per tutta la durata del filo della vita.

Quando sono stato improvvisamente catapultato a capo della protesta dei bus di Montgomery, in Alabama, pochi anni fa, ho sentito che avrei voluto essere appoggiato dalla chiesa dei bianchi. Ho sentito che i sacerdoti bianchi, i ministri ed i rabbini del Sud sarebbero stati fra i nostri più forti alleati. Invece alcuni sono stati apertamente degli oppositori rifiutando di capire il movimento per la libertà disconoscendo i suoi leader rappresentativi.; molti altri sono stati più cauti che coraggiosi e sono rimasti in silenzio dietro l’anestetizzante sicurezza delle vetrate. A dispetto dei miei sogni distrutti, venni a Birmingham con la speranza che i capi religiosi bianchi di questa comunità avrebbero visto la giustezza della nostra causa e, con profondo impegno morale, avrebbero servito incanalando il nostro giusto risentimento che avrebbe potuto raggiungere una potente struttura. Io ho sperato che ognuno di voi avrebbe capito. Ma, di nuovo, sono rimasto deluso. Ho sentito numerosi leader religiosi del Sud ammonire i loro fedeli di conformarsi ad una decisione contro il segregazionismo perché è la legge, ma ho anche sentito dichiararAe dai sacerdoti bianchi :”Seguite questo decreto perché l’integrazione è moralmente giusta e perché il Negro è tuo fratello”.

In mezzo alla flagrante ingiustizia inflitta al Negro, ho visto sacerdoti bianchi stare in secondo piano e bocche pie inappropriate e frivolezze da bigotti. Nel mezzo di una forte lotta per sbarazzare la nostra nazione dell’ingiustizia economica e razziale, ho sentito molti sacerdoti dire: “Quelli sono problemi sociali con cui il Vangelo non ha implicazioni reali”. Ed ho visto molte chiese impegnare se stesse su questioni religiose completamente dell’altro mondo che trovava bizzarro una distinzione non biblica tra corpo e anima , tra sacro e secolare. Ho girato in lungo e largo l’Alabama, il Mississippi e tutti gli altri stati del Sud. Nei giorni soffocanti d’estate e nelle frizzanti mattine d’autunno ho visto le meravigliose chiese del Sud con le loro imponenti guglie che guardano verso il cielo. Ho scorso l’impressionante profilo dei loro massicci seminari. E su tutto ho trovato me stesso che chiedeva:”Che tipi di fedeli ci sono qui? Chi è il loro Dio? Dove erano le loro voci quando dalle labbra del Governatore Barnett colavano parole di interposizione e annullamento? Dove erano questi quando il Governatore Wallace lanciò una squillante chiamata a raccolta per sfida e odio? Dove erano le loro voci di sostegno quando uomini e donne Negri lividi e stanchi decisero di sollevarsi dalla buia prigione sotterranea della compiacenza alle colline luminose della protesta creativa?”. Si queste questioni sono ancora nella mia mente. Profondamente deluso ho pianto per il lassismo della chiesa. Ma state sicuri che le mie sono state lacrime d’amore. Non può esserci una profonda delusione senza un profondo amore. Si io amo la Chiesa. Come potrei altrimenti? Sono un pò nella posizione unica di esserne il figlio, il nipote ed il pro-nipote di preti. Si vedo la Chiesa come il corpo di Cristo. Ma oh! Quanto abbiamo macchiato e spaventato quel corpo a causa della negligenza sociale e la paura di essere non conformisti.

C’era un tempo in cui la Chiesa era molto potente – al tempo in cui i primi cristiani provavano diletto ad essere giudicati degni di soffrire per quello in cui credevano. A quei tempi non è che la Chiesa fosse veramente un termometro che segnasse le idee ed i principi della pubblica opinione; era il termostato che trasformava la maggior parte della società. Non appena i primi cristiani entravano in una città la gente potente veniva disturbata e immediatamente cercava di accusare i cristiani di essere “turbatori della pace” e “agitatori esterni”. Ma i cristiani accettavano nella convinzione di essere “una colonia del paradiso” chiamati ad obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Erano pochi di numero ma grandi per l’impegno. Erano troppo “intossicati di Dio” per essere “intimiditi astronomicamente”. Con il loro impegno e con il loro esempio misero fine a certe vecchie cattiverie come l’infanticidio ed i contesti gladiatoriali. Le cose ora sono diverse. Molto spesso la chiesa contemporanea è debole con una voce inefficace ed un suono incerto. Molto spesso è un gran difensore dello status quo. Lontana dall’essere disturbata dalla presenza della chiesa, la potente struttura della società media è consolata dal silenzio della chiesa – e spesso perfino dal rumore – che sanziona le cose così come esse sono. Ma il giudizio di Dio è sopra la chiesa come non mai prima. Se la chiesa di oggi non si riappropria dello spirito di sacrificio della prima chiesa, perderà la sua autenticità, perderà la fedeltà di milioni di credenti, e sarà dismessa come un qualsiasi club sociale senza rilevanza senza alcun significato per il ventesimo secolo. Ogni giorno incontro ragazzi che sono delusi dalla chiesa che li ha del tutto disgustati. Forse ancora una volta sono stato troppo ottimista. La religione è organizzata per fare inestricabilmente da confine allo status quo al fine di salvare la nostra nazione ed il mondo? Forse devo indirizzare la mia fede verso l’interno di una chiesa spirituale, una chiesa nella chiesa, come la vera ecclesia e la speranza del mondo. Ma di nuovo sono grato a Dio che qualche nobile anima dalle fila della chiesa organizzata ha spezzato le paralizzanti catene della conformità e abbracciato noi come partner attivi nella battaglia per la libertà. Hanno lasciato le loro sicure congregazioni e percorso le strade di Albany, nella Georgia, con noi. Sono andati giù per l’autostrada del Sud in tortuosi giri per la libertà. Si sono venuti in prigione con noi. Alcuni sono stati allontanati dalle loro chiese, hanno perso l’appoggio dei loro vescovi e dei loro fedeli sacerdoti. Ma hanno dimostrato con la fede che il diritto difeso è più forte della cattiveria trionfante. La loro testimonianza è stata il sale spirituale che ha conservato il vero significato del Vangelo in questi tempi difficili. Hanno scavato un tunnel di speranza nella buia montagna della delusione. Io spero che la chiesa nel suo insieme voglia cogliere la sfida di queste ore decisive. Ma anche se la chiesa non viene in aiuto della giustizia, non devo disperare circa il futuro. Non temo l’esito della nostra lotta in Birmingham anche se le nostre motivazioni non sono comprese al momento. Raggiungeremo l’obiettivo di libertà a Birmingham ed in tutta la nazione, perché l’obiettivo dell’America è la libertà. Benché noi possiamo essere abusati e disprezzati, il nostro destino e legato al destino dell’America. Prima che i padri fondatori fossero a Plymouth, noi eravamo qui. Prima che la penna di Jefferson tracciasse le parole grandiose della Dichiarazione d’Indipendenza attraverso le pagine della storia, noi eravamo qui. Per più di duecento anni i nostri antenati hanno lavorato in questo paese senza salario; produssero cotone; costruirono le case dei loro padroni mentre soffrivano grossolane ingiustizie e vergognose umiliazioni e grazie alla loro vitalità senza limiti essi continuano a crescere e svilupparsi. Se la inesprimibile crudeltà della schiavitù non ha potuto fermarci l’opposizione che abbiamo oggi di fronte fallirà sicuramente. Noi vinceremo la nostra libertà perché la sacra eredità della nostra nazione e l’eterna volontà di Dio sono racchiuse nell’eco delle nostre richieste.

Prima di chiudere sento impellente menzionare un altro punto delle vostre dichiarazioni che mi ha turbato profondamente. Avete vivamente raccomandato alle forze di polizia di Birmingham di mantenere l’”ordine” e “prevenire la violenza”. Io dubito che voi vi sareste così vivamente raccomandati alle forze di polizia se aveste visto i loro cani affondare i loro denti nella carne di Negri disarmati e non-violenti. Io dubito che voi avreste così velocemente raccomandato i poliziotti se aveste osservato i loro brutti e inumani trattamenti riservati ai Negri qui nelle prigioni di questa città; se li aveste visti spingere e maledire vecchie donne e ragazze Negre; se li aveste visti schiaffeggiare e prendere a calci vecchi e ragazzi Negri; se li aveste osservati, come hanno fatto in due occasioni, rifiutare di darci del cibo perché volevamo cantare il nostro grazie insieme. Non posso essere con voi nel fare le lodi del dipartimento di polizia di Birmingham. È vero che la polizia abbia esercitato un certo grado di durezza nel trattare i dimostranti. In questo senso si sono comportati da “non-violenti” in pubblico. Ma per quale scopo? Per conservare il cattivo sistema della segregazione. Dopo gli ultimi cinque anni ho veramente pregato che la non-violenza richiedesse che i mezzi da noi usati fossero tanto puri quanto i fini che volevamo raggiungere.

Ho provato a chiarire che è sbagliato usare mezzi immorali per ottenere fini morali. Ma ora devo affermare che è giusto il contrario, o forse sempre più così, che si usano mezzi morali per preservare fini immorali. Forse il signor Condor ed i suoi poliziotti sono stati piuttosto nonviolenti in pubblico, come lo era il Capo Pritchett ad Albany, in Georgia, ma hanno usato mezzi morali nonviolenti per mantenere il fine immorale della ingiustizia razziale. Come T.S. Eliot ha detto:” L’ultima tentazione è il più grande tradimento: fare l’atto giusto per la ragione sbagliata”.

Spero abbiate lodato i Negri che hanno praticato il sit-in ed i dimostranti di Birmingham per il loro sublime coraggio, l’aver accettato di buon grado la sofferenza e la loro sorprendente rettitudine nel mezzo della provocazione. Un giorno il Sud riconoscerà i suoi veri eroi. Essi saranno i James Merediths con il nobile senso dello scopo che li rende capaci di urlare in faccia, di essere folla ostile, e con l’agonizzante solitudine che caratterizza la vita dei pionieri. Essi saranno Negri vecchi, oppressi e maltrattati simboleggiati da una donna settantaduenne di Montgomery, Alabama, che sta su, con un senso di dignità, e con la sua gente decisa a non usare i bus della segregazione e che risponde in modo sgrammaticato a chi gli chiede della sua stanchezza:”I miei piedi è stanco ma la mia anima è a riposo”.

Saranno i giovani studenti delle scuole superiori e dei college, i giovani sacerdoti del Vangelo ed una schiera dei più anziani, coraggiosamente e pacificamente seduti agli sportelli del self-service che accettano di buon grado di andare in prigione per amore di coscienza. Un giorno il Sud conoscerà che quando questi ragazzi di Dio diseredati faranno il sit-in agli sportelli del self-service, in realtà essi staranno in piedi per il meglio del sogno americano e per i valori più sacri della nostra eredità giudaico-cristiana, portando così la nostra nazione indietro a quei grandi valori di democrazia che furono così profondamente scavati dai padri fondatori nella loro formulazione della Costituzione e della Dichiarazione d’Indipendenza.

Mai prima d’ora ho scritto una lettera così lunga. Ho paura di aver abusato troppo del vostro tempo prezioso. Vi assicuro che avrei voluto essere più breve se avessi potuto scrivere su un tavolo più confortevole, ma cos’altro può fare uno quando è da solo in una scura cella della prigione, se non scrivere lunghe lettere, pensare lunghi pensieri e pregare lunghe preghiere? Se ho detto qualcosa in questa lettera che esagera la verità ed indica una irragionevole impazienza, vi prego di dimenticarmi. Se ho detto qualcosa che sminuisce la verità e indica che la mia capacità ad avere pazienza mi consente di appianare ogni cosa meno che la fratellanza, prego Dio di dimenticarmi.

Spero che questa mia lettera vi trovi forti nella fede. Spero anche che le circostanze rendano presto possibile un incontro con ciascuno di voi non in veste di integrazionista o di leader dei diritti civili ma come un fedele membro del clero ed un fratello cristiano. Speriamo tutti che il buio delle nubi del pregiudizio razziale passi al più presto e che la fitta nebbia dell’incomprensione venga lasciata fuori dalle nostre comunità già impregnate di paura, e che in qualche non distante domani le stelle radianti della fratellanza e dell’amore risplendano sulla nostra grande nazione con tutta la loro scintillante bellezza.

Vostro per la causa della Pace e della Fratellanza
Martin luther King Jr.

(Domenica, 16 giugno 2019)

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On. Salvini,
sono un'insegnante elementare in pensione, Le scrivo per ciò che ha riguardato nei giorni scorsi i migranti, soccorsi in mare dalla nave Aquarius, di un'associazione non governativa. In primis non facendoli sbarcare e minacciando di chiudere i porti, poi per l'esultanza, scomposta e fuori luogo, di alcuni parlamentari e ministri della nostra Repubblica, quando la stessa nave, scortata da due nostre navi militari e dopo giorni di navigazione è giunta a Valencia. Hanno esultato come se avessero vinto al Gratta e Vinci!!
Questo, da cittadina italiana, madre e nonna, mi ha rattristato e inquietato, mai avrei pensato fossimo giunti al punto di negare un approdo sicuro a uomini, donne e bambini, scappati dai loro paesi d'origine a causa della guerra, della fame, delle discriminazioni tra etnie diverse, delle persecuzioni religiose e di tutto ciò che viola la libertà e i diritti umani e che hanno superato tante difficoltà nell'attraversare il deserto.
Poi, arrivati in Libia nei centri di raccolta o di detenzione, sono stati oggetto di sevizie, torture e stupri!!
Le chiedo, queste persone quale colpa avevano per vedersi negato lo sbarco?
L'unica colpa, penso, sia quella di trovare un posto sicuro per costruirsi una nuova vita.
Per chi fugge dalla violenza, dalla povertà estrema e dalle discriminazioni, trovare nel paese d'arrivo una comunità accogliente, una famiglia accogliente, una persona accogliente è la prima condizione per ricominciare a vivere e a sperare in un futuro migliore per se e i propri figli.
Ella, On. Ministro, dimentica la storia, il nostro popolo è stato, ed è un popolo di migranti, un popolo che ha sofferto ed ha vissuto sulla propria pelle le avversità del viaggio, i problemi dell'arrivo in un posto sconosciuto, la difficoltà della lingua, molto spesso, chi voleva andare in Francia o in Svizzera, si affidava a contrabbandieri e li pagava profumatamente per attraversare il confine.
Quasi tutte le regioni sono state coinvolte dalla migrazione.
Questo nostro passato avrebbe dovuto aiutarla a venire incontro a quelle persone disperate; ad avere rispetto per tutte le persone che erano su quella nave e che chiedevano aiuto.
Forse ha dimenticato la nostra Costituzione? Forse l'ha fatto perché erano di colore e africani?
L'avrebbe fatto se fossero stati rumeni?
Per sua conoscenza, Le scrivo che tra le comunità straniere presenti in Italia al primo posto ci sono i rumeni, al 3° i marocchini e al 13° posto i senegalesi.
Ella, insieme al governo di cui fa parte, dite sempre che siamo invasi dai migranti e che gli altri stati europei ne hanno meno. Mi sono documentata e quello che affermate e sbandierate, non è vero!
Cerchiamo di fare chiarezza per non creare allarmismi.

Al 31/12/2017 residenti in Italia 60.494.000 di cui 5.047.028 stranieri pari a 8,3% della popolazione
Negli altri paesi europei gli stranieri sono:

    Austria               14,3%
    Irlanda               12,4%
    Belgio                11,7%
    Germania           10,5%
    Spagna                9,5%
    Regno Unito         8,6%
    Italia                      8,3%
    Svezia                   7,8%
    Grecia                   7,4%

Le faccio ancora notare che nel 2017 sono arrivate nel nostro paese 119.247 persone -34% del 2016 e 124.000 persone italiane sono emigrate, il 39% di queste sono giovani tra i 18 e i 34 anni.
Come può notare sono partiti dal nostro paese più persone di coloro che sono arrivate.
Per cui l' invasione non c'è stata!
I giovani nel nostro paese vivono nella precarietà, non possono costruirsi un futuro, per cui emigrano alla ricerca di un lavoro, così il paese s'impoverisce ed io non credo, da insegnante e da nonna, che sia una cosa che uno stato, attento e lungimirante,possa accettare e sopportare.
Forma i suoi ragazzi e i giovani, li istruisce, spende dei soldi, fa un investimento su di loro... poi nel momento di raccogliere i frutti lascia che vadano altrove, mettano a disposizione di altri la loro preparazione, il loro sapere e rendano più ricchi i paesi ai quali non sono costati un euro! Ci rifletta!
Fossi in Lei mi occuperei dei nostri giovani, non dei migranti! Non dice sempre, prima gli italiani!!?
Le chiedo, per capire meglio il suo operato, Ella è andata a rendersi conto da vicino, come vivono i migranti che lavorano in Calabria e in Sicilia, come sono trattati, come sono pagati e sfruttati?
Se, no, ci vada !
Ella è stata eletta in Calabria, la mia regione, si occupi di questa regione, che l'ha scelta come suo rappresentante al parlamento, dei suoi problemi che non sono pochi e vada a trovare i migranti, li ascolti, ascolti le loro storie, le loro tragedie, i loro problemi, capirà tante cose di cui non è a conoscenza.
Forse se l'avesse fatto prima, questa conoscenza l'avrebbe aiutata a capire meglio le persone migranti prima di fare proclami contro di essi senza averli incontrati e senza avere chiara, veramente, la problematica migratoria.
Le parole, tutte, hanno un peso e bisogna stare attenti quando parliamo perché il nostro linguaggio può creare in chi ascolta un clima di rifiuto e di intolleranza verso l'altro, diverso da me.
Ci rifletta!!
La saluto e le auguro buon lavoro.

(Venerdì, 22 giugno 2018) 

Teresa Melissari

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

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La voce di un bimbo
il vento raccoglie
Dal cielo sereno e poi la sparpaglia alle orecchie dei grandi che sanno ascoltare
le cose che dice
per poi raccontarle,
al Cuore che batte
al centro del mondo.
E quando i sorrisi
diventano pianti
le lacrime scendono,
colpiscon la Terra
che immobile trema
vedendo la morte
mischiarsi alla vita.
Indiano, francese, turco o afgano, nero o bianco, importanza non ha… E’ solo una piccola anima viva che ha voglia di Pace, fatta d’amore rispetto ed unione. La chiede in silenzio, col dolce sorriso, tendendo nell'aria l'angelica mano nascosta nel sole del caldo tramonto.

Peppe Sestito

(Mercoledì, 3 agosto 2016)

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Giacomo Ulivi, giovane antifascista studente di giurisprudenza, aveva solo 19 anni quando venne fucilato a Modena dai fascisti il 10 novembre 1944. Di lui ci resta pure questa bellissima lettera scritta la notte prima dell'esecuzione e pubblicata dall'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia.

Cari Amici,

Vi vorrei confessare innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L'avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire "falso", di inzuccherare con un patetico preambolo una pillola propagandistica. E questa parola temo come un'offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi. Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami il flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall'industria ai campi di grano. Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il resto. Mi chiederete: perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di "quiete", anche se laboriosa è il segno dell'errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un'opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent'anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della "sporcizia" della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di "specialisti". Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell'opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica – se vita politica vuol dire soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri – ci siamo stati scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: come mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubblica, il che vuol dire a sé stessi, senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? Che cosa abbiamo creduto? Creduto grazie al cielo niente ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente.

Questa ci ha depredato, buttato in un'avventura senza fine; e questo è il lato più "roseo", io credo: Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale; la mentalità di molti di noi. Credetemi, la "cosa pubblica" è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota, come "patriottismo" o amore per la madre in lacrime e in catene vi chiama, visioni barocche, anche se lievito meraviglioso di altre generazioni. Noi siamo falsi con noi stessi, ma non dimentichiamo noi stessi, in una leggerezza tremenda. Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l'estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? L'egoismo – ci dispiace sentire questa parola – è come una doccia fredda, vero?

Sempre tutte le pillole ci sono state propinate col dolce intorno; tutto è stato ammantato di rettorica; Facciamoci forza, impariamo a sentire l'amaro; non dobbiamo celarlo con un paravento ideale, perché nell'ombra si dilati indisturbato. È meglio metterlo alla luce del sole, confessarlo, nudo scoperto, esposto agli sguardi: vedrete che sarà meno prepotente. L'egoismo, dicevamo, l'interesse, ha tanta parte in quello che facciamo: tante volte si confonde con l'ideale. Ma diventa dannoso, condannabile, maledetto, proprio quando è cieco, inintelligente. Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della "cosa pubblica", insomma, finiscono per coincidere.

Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere! Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? Bisognerà fare molto. Provate a chiedevi in giorno, quale stato, per l'idea che avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obbiettivi. Se credete nella libertà democratica, in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica, oppure aspettare una nuova concezione, più egualitaria della vita e della proprietà. E se accettate la prima soluzione, desiderate che la facoltà di eleggere, per esempio sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati oggi, per giungere ad un progressivo allargamento? Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.

Oggi bisogna combattere contro l'oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi.

Termino questa lunga lettera un po' confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.

Giacomo Ulivi

(Domenica, 17 novembre 2019)

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"Il potere e la fortuna sono delitti sotto un potere ingiusto. La povertà in questo caso è una virtù. Dobbiamo combattere il male, cessando di aiutare colui che fa il male. Quando un padre commette ingiustizia, il dovere dei figli è di abbandonare il tetto paterno [...]. In ognuno di questi casi c'è un elemento di sofferenza fisica e morale. La libertà non può essere acquisita che a questo prezzo" (Gandhi, La Giovane India).

(Lunedì, 17 marzo 2014)

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Meglio che la terra ritorni

(David Maria Turoldo)


La pace è l'uomo
e quest'uomo è mio fratello
il più povero di tutti i fratelli.

La libertà è l'uomo
e quest'uomo è mio fratello
il più schiavo di tutti i fratelli.

La giustizia è l'uomo
e quest'uomo è mio fratello:
per un'idea non posso uccidere!

Per un sistema non posso uccidere
per nessuno nessuno
fra tutti i sistemi!

L'uomo è più grande del mondo
«e il più piccolo fra voi
sarà ancora più grande nel Regno».

Io devo solo lottare,
sempre, insieme, o da solo, lottare
e farmi anche uccidere.

La pace è lotta per l'uomo,
uno bisogna che redima
anche la morte!

Neppur per la fede posso uccidere,
l'uomo è l'icone di Dio,
Dio che geme nell'uomo.

E se la chiesa non è per l'uomo
non è degna di fede
non può essere chiesa.

E se le politiche non sono per l'uomo
vadano alla malora
tutte queste politiche.

Maledetto l'uomo
che non è per l'uomo,
maledetta ogni idea ogni fede:

ogni madre non generi più,
il maschio sia morso dal serpe
quando vuol concepire.

Siano distrutte queste città
quando ogni ventre di donna
è un cimitero:
civiltà «cristiana»
che porta la morte
nel proprio ventre!

L'uomo non conta più nulla:
o stirpe di rapaci,
il dio della morte ci domina.

L'uomo è fucilato a Santiago
abbrutito nelle gabbie di Saigon
torturato a Belo Horizonte
schiacciato come un verme a Mozambico
e il feddayn è sepolto
nella tomba di sabbia
il negro è chiuso bestiame
nella «locations» a Johannesburg,
oppure urla a milioni di sete
nello squallido Volta.

Ma il rame vale più dell'uomo
il petrolio vale più dell'uomo
il prestigio la potenza il sistema
valgono più dell'uomo.

Meglio che la terra ritorni
deserta, meglio
che i fiumi scorrano
liberi nel verde
intatto del mondo,
e Dio si abbia la lode
dai volatili della foresta!

Ma che sia l'aria
come al mattino del mondo
e caste siano ancora le acque
e al cielo non salga più
una voce d'uomo

né la terra più oda
questo frastuono di parole
quando la ragione è della forza
e a reggere il mondo
sono solo le armi.

L'uomo ha fallito
l'uomo è sempre ucciso
crocefisso da sempre.

Cristo, o ragione
di questo esistere,
folle bellezza...

(Venerdì, 14 marzo 2014)

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In questo tempo doloroso nel quale piangiamo i nostri fratelli che hanno perso la vita nel mare di Lampedusa, vogliamo proporre la lettura del documento profetico con il quale la nostra Diocesi, in collaborazione con la Commissione Giiustizia, Pace e Salvaguardia del creato, lanciò l'iniziativa, promossa da Mons. Antonio Cantisani, per la raccolta firme contro la Bossi-Fini. A più di 11 anni di distanza la sua attualità ci chiama alla riflessione e all'impegno perchè maturino tempi nuovi di speranza, accoglienza, solidarietà e giustizia.



Manifesto della Chiesa di Catanzaro-Squillace *

Nessun uomo è “clandestino”!

-dalla parte dei più deboli-


Sentiamo

nel nostro essere Chiesa di Catanzaro-Squillace di non poter rinunciare a porre la persona umana al centro del nostro pensare e del nostro agire.

Riteniamo

che in ogni intervento delle istituzioni non si possa prescindere da atteggiamenti di carità e da principi di solidarietà che animano il messaggio evangelico e sono, tra l'altro, presenti nella Costituzione italiana.

 

Noi cristiani, impegnandoci nell'aiuto e nella difesa dei più deboli per la costruzione di un mondo di pace e giustizia, fondato sul riconoscimento e l'accoglienza della diversità, nella consapevolezza che l'altro è dentro di noi,

Rifiutiamo

la logica predominante dell'emergenza e dell'insicurezza sociale che, volendo ottenere un consenso politico basato sulle paure e sugli egoismi dell'animo umano, impone una legislazione che viola i principi di solidarietà e i diritti umani.

Esprimiamo

il nostro forte dissenso rispetto ad alcuni percorsi legislativi intrapresi.

 

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“Poi Iddio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza...” (Gn 1,26)

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi...” (Gv 1,14-15)

Dio, il fautore della creazione dell’uomo che si rinnova ogni momento, si è incarnato nella storia ad immagine della sua creatura di cui è talmente innamorato da prenderne le sembianze.

Se Dio stesso ha elevato l’uomo a massima dignità eleggendolo a tempio del suo Spirito, di conseguenza anche la Chiesa e la cultura cristiana hanno riconosciuto da sempre la sacralità della persona e dei valori che essa rappresenta.

Sentiamo, quindi, anche noi, nel nostro essere Chiesa di Catanzaro-Squillace, di non poter rinunciare a porre la persona umana al centro del nostro pensare e del nostro agire, quale parametro fondamentale delle nostre scelte di vita.

La stessa cultura laica, del resto, ha maturato nel tempo un’attenzione specifica per la dignità della persona intesa come dignità del singolo uomo, riconoscendovi un imprescindibile valore di riferimento della propria caratterizzazione socio-politica.

Anche la Costituzione della Repubblica Italiana, infine, esordisce riconoscendo l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali (art. 2) e si impegna a favorire il pieno sviluppo della persona umana (art. 3).

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Ieri pomeriggio, nell'aula Sancti Petri di Catanzaro, nell'ambito dell'incontro-dibattito "In nome del popolo inquinato: l'informazione al servizio della verità", organizzato dall'Ufficio comunicazioni sociali e dalla Commissione giustizia, pace e salvaguardia del creato della Diocesi di Catanzaro-Squillace, è stata ricordata la figura di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994, insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin. A raccontare la storia di Ilaria è stato un altro giornalista, Luciano Scalettari di "Famiglia Cristiana" che, pur di ricercare e far venire alla luce i motivi dell'omicidio, ha affrontato due diverse pericolose spedizioni in Somalia, ripercorrendone i passi. Luciano Scalettari ha fatto anche parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

E' emersa la storia umana e professionale di una persona innamorata della verità, di una autentica testimone che, pur rendendosi conto del rischio che stava correndo a causa delle sue scoperte sui traffici di rifiuti e di armi, non si è tirata indietro e ha pagato, per la sua passione, con la vita.

Nel corso della serata sono state pure ricordate altre figure di giornalisti-martiri, come Giancarlo Siani e Giuseppe Fava.

Luciano Scalettari ha, anche, annunziato la prossima uscita di un libro che aggiungerà ulteriori tasselli per la comprensione di una vicenda che ancora rimane, come altre del dopoguerra, una pagina buia della nostra storia patria.

Chi vuole approfondire, può farlo su www.ilariaalpi.it

(Martedì, 26 gennaio 2010)

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Ieri l’auditorium “Sancti Petri” del Palazzo Vescovile di Catanzaro ha ospitato Padre Enzo Bianchi, Priore della Comunità Monastica di Bose, che è intervenuto nell’ambito della conferenza “La testimonianza cristiana come via privilegiata per l’ecumenismo”. Sono state parole illuminanti, parole che interrogano e che danno senso, parole che ci hanno riportato al centro della nostra fede: Gesù.

Ci sono ancora tante cose che dividono i cristiani, non ultime le questioni relative all’etica e ai comportamenti individuali, il percorso dell’ecumenismo è difficile e pieno di insidie. Secondo Padre Enzo, è un cammino che richiede infinita pazienza e che si deve nutrire di piccoli gesti di amore, di comprensione, di accoglienza e di condivisione, ma tutti i cristiani possono e devono ritrovare la loro unità comportandosi come i raggi della bicicletta che non si rincorrono tra loro, ma tutti convergono verso il centro della ruota, appunto Gesù Cristo.

Ma cosa significa essere cristiani? La risposta che ci ha offerto il Priore di Bose può destare anche “scandalo” (ma la parola di Gesù non è a sua volta “scandalosa”?), può far storcere il naso a qualcuno, ma, se ci riflettiamo bene, nella sua radicalità, è l’unica possibile: essere cristiani non significa aderire ad una religione, significa più “semplicemente” aderire a Cristo, assumere Cristo come unico punto di riferimento della propria vita, amarLo incondizionatamente e senza alcuna riserva. Solo così la fede è autentica, altrimenti rischiamo di vivere una religione senza fede, o peggio una religione che ostacola la fede. La fede stessa, quella vera, quella realmente radicata in Gesù Cristo, preconizza anzi “l’uscita dalla religione”.

E’ stato questo il nucleo del messaggio che Padre Enzo Bianchi ha voluto lasciare ai presenti nell’auditorium dell’Arcivescovado. Il cristiano, però, nella visione di Padre Enzo, non solo deve amare Gesù e cercare di imitarlo. Nel fare ciò deve essere “differente”, capace, mediante la testimonianza della sua vita, di essere “sale della terra”. La differenza cristiana significa non giocarsi la fede “al ribasso” accontentandosi di ciò che è “normale”,  ma scegliere di essere “altro” rispetto a stili di vita ormai omologati. Altrimenti, senza questa opzione, il sale perde tutto il suo “sapore”.

Su questo percorso si innesta, nella visione del Priore, l’amore verso questo tempo che il cristiano è chiamato a vivere e questa terra che il Signore gli ha donato, non ne esiste una migliore, ne una più bella. Qui e ora è interpellata la sua fede e non è coerente con il suo battesimo rifugiarsi in nostalgie dei “bei tempi” che furono, perché questi “bei tempi” non sono mai esistiti. Ogni tempo è un tempo difficile, pieno di contraddizioni, dove il male e le tentazioni sono sempre in agguato e dove il cristiano deve testimoniare con coraggio la sua fede, il suo radicamento a Cristo.

Al termine dell’incontro, è rimasta incombente la domanda di San Paolo alla comunità di Corinto che il Priore di Bose ha riformulato ai presenti: “Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede”. E’ un interrogativo aperto che non ci può lasciare tranquilli, ma che, al contrario, ci dona un sano senso di inquietudine.

(Giovedì, 29 ottobre 2009)

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            A pochi giorni di distanza dal diciassettesimo anniversario della morte della giovane siciliana Rita Atria, un nuovo gesto di violenza ci richiama a non far venire meno il nostro impegno ecclesiale a fianco dei Testimoni di Giustizia.

La nostra Chiesa diocesana appena poche settimane fa si interrogava sulla testimonianza quale strumento privilegiato di evangelizzazione.

E’ sommamente importante riconoscere sempre l’alto valore etico della scelta di coloro i quali non esitano a pagare un prezzo molto elevato –spesso insopportabile- pur di non accettare il ricatto mafioso. Ancora più importante è che accanto a quella scelta si ritrovi, compatta, tutta la società civile, a cominciare dai suoi più alti livelli istituzionali, senza trascurare il ruolo imprescindibile di ogni singolo cittadino.

Ciascuno di noi è un potenziale Testimone di Giustizia. Ciascuno di noi deve saper testimoniare la sua prossimità a coloro che Testimoni di Giustizia lo sono qui ed oggi.

Il nostro pensiero va quindi a Pino Masciari, destinatario del messaggio intimidatorio delle ultime ore. Ma va pure alla giovane donna che da giorni protesta dinnanzi alla Prefettura di Crotone a causa dei molti disagi cui deve far fronte a causa della sua condizione: disagi che non sempre e non solo sono dovuti all’arroganza del potere mafioso e per i quali è dunque urgente ed indifferibile un adeguato intervento delle Istituzioni a ciò preposte.

Il nostro pensiero va alla “siciliana ribelle” Rita Atria, il cui prematuro sacrificio ci richiama alla necessaria corresponsabilità del contesto sociale ed istituzionale.

Il nostro pensiero va a tutti coloro che non conosciamo e di cui ignoriamo le storie.

Da allora molte cose sono cambiate e molti Testimoni di Giustizia non sono più soli, nemmeno di fronte ai rigurgiti di violenza. Ma molte altre devono ancora migliorare perché non si perda memoria di nessuno, perché ciascuno ci sia caro e presente, perché la sua storia sia anche la nostra storia.

Insieme, così, testimoni di una Giustizia saldamente resistente a qualunque minaccia o ricatto.

(Catanzaro, 22 luglio 2009)

 

Commissione per la Promozione della Giustizia, la Pace e la Salvaguardia del Creato

Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace

 

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Padre Luciano Verdoscia è un missionario comboniano che lavora tra i bambini di una baraccopoli del Cairo dove grandi e piccoli, in particolar modo donne e bimbi, per sopravvivere sono costretti a raccogliere e selezionare la spazzatura. Nel degrado generale, l'opera di padre Luciano è tesa a ridare speranza ai bambini poveri del quartiere, senza distinzione di religione, cultura e appartenenza etnica, sostenendo la loro formazione scolastica e la loro salute mediante un aiuto pedagogico, l'assistenza sanitaria di base e la garanzia di un alimentazione adeguata.

Abbiamo ricevuto da padre Luciano una riflessione-testimonianza sul Natale nel quartiere di Eizbet el Nakhl, che pubblichiamo di seguito.

(Giovedì, 8 gennaio 2009)

Cairo, Natale 2008

 Carissimi,

Oggi la puzza ad Eizbet el Nakhl è particolarmente forte, acida, penetrante sino alla nausea. Anche le nostre operatrici che pure vengono dallo stesso quartiere, mostrano segni d’insofferenza. Non sono solo gli odori che si sviluppano dalla decomposizione dei rifiuti organici a rendere il fetore insopportabile ma anche le fogne, che ormai da varie settimane inondano la strada che conduce al nostro Centro dei ragazzi. Anche all’interno della palazzina le acque fognarie traboccano dal pozzetto situato sotto la stretta rampa di scala che va ai piani ed alle classi. Abbiamo più volte chiamato degli idraulici, che qui, in questo quartiere, si immergono senza problemi a piedi nudi nel putridume degli scarichi cercando con le mani e attrezzi da sturo di tirar fuori ciò che potrebbe ostruire il tubo, ma il problema è l’insufficiente capacità della rete di gestire il deflusso delle acque sporche, piene di tutto.

Una maestra mi suggerisce di sospendere il programma per qualche giorno perchè è diventato difficile accedere al Centro. Bisogna camminare su pietre appositamente messe, cercando di non scivolare nella melma. Dopo essermi consultato con alcuni responsabili abbiamo pensato di continuare. E’ un po’ più difficile del solito ma qui un problema in più o uno in meno non fanno poi tanta differenza. Il disastro ambientale è tale che occorreranno lunghi anni prima di poter vedere delle incisive modifiche.

All’interno della modesta struttura cerchiamo comunque di far sì che le piccole aule in cui si raccolgono i nostri ragazzi siano tenute pulite. Continuiamo a spiegare la necessità dell’igiene e dell’ordine come sistema di vita, e speriamo vivamente che nel tempo incideremo un pochino nel rendere i nostri bambini, gli adulti di domani, capaci di potere meglio gestire gli spazi di vita.

Qui, ai confini del mondo, non sono tante le persone che vengono a trovarci. Non è facile arrivare in questo angolo della Terra e tanto meno pensare di poter svolgere un po’ di volontariato, ma, nonostante tutto, sono sempre sorpreso da coloro che hanno il coraggio e la costanza di dedicare qualche ora la settimana ai bambini del nostro povero mondo.

Di tribolazioni e difficoltà, per essere franchi, ne abbiamo attraversate tante, ma non saremmo grati a Dio se non vi comunicassimo che quest’esperienza ci riempie di gioia.  É gioia vera quella che riesce a trasformare tutto: la puzza in profumo di cielo e, un mondo da cui i più vorrebbero scappare in luogo desiderato per incontrare uomini, donne e bambini, necessitosi ma amati da Dio di un amore eterno.

Nel pensare al natale mi sono chiesto cosa significa per me attendere il Signore, o mettersi in cammino guidato dalle stelle come i magi, o ricevere l’annuncio degli angeli come i pastori. Ricordo con rinnovato stupore le scene del presepe, che da bambino con mio padre ed i miei fratelli, d’anno in anno si componeva: ‘…ecco qui i pastori con le pecore; i magi qui, invece, in marcia, lontani dalla grotta, in fondo sulle montagne, per giungere da Gesù il 6 Gennaio.

La realtà mi sollecita a guardare davanti sul nostro affollato e disastrato quartiere. D’improvviso, mi viene a mente che Gesù oggi, come ieri, nasce per noi, qui, in una stalla. Sapete.... che il nome dato al quartiere dei raccoglitori di immondizie è ‘Zaraib’ che significa ‘stalle’? Beh è proprio così a motivo degli asini, delle capre e dei maiali che nella zona in cui operiamo vengono allevati e che, insieme a cani, gatti e miriadi di topi, strapopolano questo quartiere. Forse, se il Signore avesse concretamente scelto di nascere in quest’epoca, e...al Cairo, forse..., dato lo stile che caratterizza gli interventi di Dio, non avrebbe disdegnato questo posto. Chissà come sarebbe questa baraccopoli, stracolma di rifiuti, la notte di natale se gli angeli la adornassero di luccichii dorati ed argentati e se cantassero le melodie del cielo:

“...Adeste fideles....

...Tu scendi dalle stelle…

...Gloria a Dio nell’alto dei cieli....”

Carissimi, Dio ha veramente posto la sua dimora tra i derelitti della terra!                                                          

Buon Natale!

p. Luciano, i suoi collaboratori e

tutti i bambini

 

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Sono trascorsi ormai più di tre anni da quella domenica di settembre, quando don Dino, nel corso della Messa delle 10.30, ha salutato la comunità chiaravallese, prima di assumere l’importante e impegnativo incarico di Rettore del Pontificio Seminario Teologico Regionale “San Pio X” di Catanzaro. I quindici anni che don Dino ha trascorso tra la gente di Chiaravalle sono stati, sotto ogni aspetto, un grande dono del Signore. Dal punto di vista religioso, ci ha insegnato a vivere la fede in maniera autentica, nella libertà propria dei figli di Dio, senza fardelli o orpelli e tanto meno eccessi devozionistici, radicata esclusivamente sul messaggio di salvezza del Vangelo. Straordinari i frutti vocazionali che sono stati raccolti prima con il sacerdozio di don Ivan e che tra non molto matureranno con quello di Alessandro. Dal lato sociale, sono stati quindici anni fecondi di iniziative di solidarietà vera, realizzate rimanendo sempre vicino a tutti e sensibile alle esigenze di ogni parrocchiano, come il buon pastore che ha cura delle sue pecorelle. Non è possibile poi enumerare le associazioni che, in quel clima di partecipazione e di confronto, sono nate, cresciute e che con la loro attività, sempre stimolata e promossa da don Dino, hanno contribuito a vivacizzare e migliorare l’intero contesto sociale. Ma, don Dino ha pensato anche ai luoghi di culto, ridando dignità alle nostre chiese, perché su quelle pietre materiali potessero anche crescere le pietre più importanti dello spirito.

Ecco perché a oltre 3 anni da quell'11 settembre 2005 diciamo ancora grazie a don Dino per essersi speso completamente per la nostra comunità. Ecco perché oggi pubblichiamo il testo dell’omelia che pronunciò quella mattina in Chiesa Matrice, come un testamento, un lascito prezioso per tutti noi.

Caro don Dino ti sei allontanato da noi, solo fisicamente, di pochi chilometri, ma non sarai mai lontano dai nostri cuori.

                                                                                       Gianfranco Mammone

(Giovedì, 23 ottobre 2008)

IO CHE HO AMATO SOLO TE, SIGNORE

(l'omelia e il saluto di Don Dino dell'11 settembre 2005)

(Il testo in formato .doc è scaricabile anche da qui )

   Carissimi,

capite bene come non sia facile, in questi momenti, prendere la parola… ma come tacere, anche se bloccato dall’emozione, di fronte alle meraviglie dell’amore di Dio?

   Amore grande e misericordioso, che ci invita ad essere uomini e donne di perdono… perché il vangelo di oggi ci mostra come già grande e sconfinato è il suo perdono per noi, debitori di “diecimila talenti”! Un immenso, favoloso “tesoro”,  se pensiamo che un solo “talento” al tempo di Gesù era qualcosa come 35 kg di oro!!

Come ricambiare questo tenace amore che il Padre ha nei nostri confronti?…

    Qui sta il segreto della nostra gioia o della nostra terribile tristezza e solitudine “quante volte dovrò perdonare…fino a sette volte?”

Nella risposta di Gesù : “…fino a settanta volte sette”, cioè sempre, è racchiusa la risposta alla nostra sete di felicità!

Per capire meglio questo momento di storia della mia vita personale e della comunità di Chiaravalle, voglio confidarvi alcuni “pezzetti” del mio passato:

1. Ad un certo punto della mia esperienza giovanile ho incontrato gli scout; un loro motto dice “lasciare il mondo un tantino migliore di come lo trovi”. Inoltre condividendo insieme agli altri le faticose camminate in montagna, con zaino in spalla e sacco a pelo per dormire in tenda, con lo stretto necessario per evitare inutili pesi, mi sono formato al gusto per l’essenziale. Alla fine dei campeggi, al fuoco di fraternità dell’ultima sera, non mancava mai la canzone “ è l’ora dell’addio, fratelli, è l’ora di partir… il canto si fa triste è ver: partir è un po’ morir”… ma poi, nelle lacrime, si continuava a cantare  la speranza  “Ma noi ci rivedremo ancor, ci rivedremo un dì…arrivederci si…iddio che tutto vede e sa ci voglia benedir,… ci voglia un dì riunir”

2. Un altro tassello della mia formazione è stato l’incontro, nella parrocchia francescana di Madonna di Pompei, con il messaggio di san Francesco D’Assisi, con la sua “madonna povertà” per amare più profondamente e in libertà, con il suo incantarsi davanti alla natura “fratello Sole, sorella luna…Laudato sie mi Signore… per le stelle e le Orchidee…” , imparando dal poverello frate minore, che si piange solo perché  “l’Amore non è amato” e anche quando gli altri non ti capiscono e ti sottovalutano: “scrivi Frate Leone, ivi è la perfetta letizia”… e soprattutto mi ha insegnato che il vangelo si vive per intero, senza aggiustamenti di comodo!

3. Poi… sempre nell’arco di quegli anni giovanili, è arrivato il momento di affidarsi ad un maestro spirituale… è lì sono bastate poche frasi per cambiare i miei sogni: “ se questi e queste, perché non io?”…”avere a cuore l’Eterno!”…e ho accolto con trepidazione la vocazione sacerdotale  dicendo 26 anni fa: “Eccomi”!

 

   Dice ad un certo punto una celebre canzone d’amore napoletana: “quando si dice SI, tienilo a mente!”. Quindici anni fa, quando il Vescovo mi mandò a Chiaravalle come parroco, scrisse queste consegne nella bolla di nomina: “Esperto come sei in umanità e in carità, quale direttore diocesano della Caritas, riproponi, per una evangelizzazione, la novità del progetto di Cristo per l’uomo, preoccupati come siamo, della perdita o della attenuazione della memoria evangelica, anche tra la nostra gente. So che a Chiaravalle e in tanti paesi dell’Arcidiocesi si conservano tuttora, molto vive, tradizioni di pietà e di religiosità popolare cristiana che rischiano di essere fiaccati dal consumismo, dall’indifferentismo e dal fiorire delle sette. A te, nuovo parroco, il compito e la gioia di rilanciare nella fede, il vero volto della parrocchia che è la chiesa stessa, posta in mezzo alle case degli uomini, solidale con le aspirazioni e i loro drammi. Coinvolgi, da protagonisti nel proprio ruolo e con i propri carismi, i fedeli laici. Studia bene la dimensione del territorio. Evangelizza la famiglia che ti affido non soltanto nel binomio Parola-ascolto ma con la “sinodalità” nel senso generale del “camminare insieme”, come stiamo facendo, da qualche anno in diocesi, con la celebrazione del primo sinodo. i poveri, i semplici, i cosiddetti “lontani” ti vedano come epifania del Dio Amore. i fanciulli ti salutino come maestro dell’unico e vero Maestro…”  E nella successiva conferma con la nomina di don Gianni come parroco in solidum, in data 11 ottobre 1999, mons. Cantisani tornava a indicare … “la comunione presbiterale sarà una vera gioia per i presbiteri e un esempio di carità per il popolo di Dio che si avvia a celebrare il grande giubileo del 2000.” Anche io, nel primo Natale vissuto insieme, nell’ormai dicembre 1990, mi impegnavo con tutti voi scrivendo : “In questi primi giorni di vita chiaravallesi ho voluto ascoltare tutti: grandi e piccoli, famiglie e giovani, amministratori pubblici e gente semplice…voglio continuare a farlo ancora per rendermi conto sempre più delle vostre attese e delle vostre esigenze. Nei miei anni di sacerdozio, ho capito che la parrocchia non può diventare un circolo privato riservato a pochi, ma vuole essere la “casa di tutti” specialmente dei più poveri e deboli; deve diventare come diceva Papa Giovanni “la fontana del villaggio” dove tutti attingono gratuitamente l’Acqua Viva della Grazia di Dio e nello stesso tempo diventa luogo dell’incontro e del dialogo! Quindi mi raccomando: fatevi “vedere”! Partecipate alle varie iniziative che vi comunicheremo di volta in volta, date la vostra disponibilità in base alle vostre competenze ed esigenze di tempo: il poco di molti vale più del molto di pochi! la parrocchia siamo NOI!”

 

    Che ne dite? Fare un bilancio? Quello economico è facile, basta consultare i registri e c’è da rimanere sbalorditi: 2 miliardi e 131.979.880 lire (=1.101.075,72 di Euro) di entrate e  2 miliardi 117.817.830 lire (= 1.093.761,63 di Euro) di uscite!! Solo per  lavori  abbiamo speso 1 Miliardo 139.553.385 lire  ( =588.530,72 Euro). E sapete bene come si presentavano le chiese nel 1990: in Matrice mi pioveva in testa durante l’omelia della notte di Natale, il Cuore di Gesù era chiusa per ordinanze del Genio Civile a causa del soffitto pericolante, la Foresta era tutta in cemento e mattoni a vista. Ma nonostante tutto, abbiamo avuto la possibilità di impiegare per impegni di carità spicciola o di solidarietà con progetti di promozione umana per il sud del mondo pari a 116.308.772 lire (= 60.068,47 Euro) .

   Ma il bilancio che conta di più è quello spirituale? Sono stato fedele, con tutti i miei limiti, fragilità e peccati, al mandato del vescovo? NO, la risposta non può essere diversa da quella che diciamo ad ogni fine festa della Madonna della Pietra: “Come è andata?”: VEDIAMO DA DOMANI!!  Davanti a Dio quello che conta non è quello che si è fatto, ma QUELLO CHE SI E’ VOLUTO ESSERE.

    E’ stato bello aver condiviso con voi il cammino: 15 anni fa, la prima volta che passavo per la Sorbia e gettando uno sguardo panoramico su tutto il paese, ebbi ad esclamare: “mamma mia come è grande, come farò?”.  Ora per quasi ogni finestra so chi c’è dietro, quali gioie o drammi vive quella famiglia… anche il cimitero mi è “vivo”: almeno mille persone, tra grandi e piccoli, hanno avuto una mia benedizione prima della sepoltura, alcuni sono morte nelle mie mani, e tante sono state le lacrime di dolore o di gioia condivise e asciugate, e inquietanti  gli interrogativi  affrontati…

 

Cosa mi porto da Chiaravalle?

   Non è possibile elencare le emozioni, i volti, le esperienze… mi sfuggirebbe senz’altro qualcosa. Ma forse si potrebbe trovare un unico principio dentro il quale mettere tutto. Sono immensamente grato con tutti voi perché mi avete dato il senso delle “radici”: vivere 15 anni fermo in un posto mi hanno restituito l’esperienza del tempo che passa, della crescita, delle stagioni della vita… in 15 anni il bambino che ho battezzato e tenuto in braccio davanti all’altare ha ricevuto la Cresima ed è diventato più alto di me! …Ragazzi che si sono fidanzati, che ho celebrato il matrimonio, ora sono padri e madri di più figli, …tanti bambini che hanno ricevuto la Prima Comunione dalle mie mani ora lavorano e vivono fuori Chiaravalle,… in tanti anziani ho rivissuto gli affetti dei miei nonni, che guarda caso, uno era contadino e l’altro pastore! …Nelle case di campagna, tra gatti, pecore, mucche, maiali e galline, e guardando i campi nelle varie stagioni dell’anno,  ho rivissuto gli odori e i rumori della mia infanzia, quando passavo le vacanze al paesello in Sicilia… il fumo del focolare, l’acqua per innaffiare e soprattutto la fede semplice e forte delle donne, che a piedi si partono dalle parti più sperdute pur di non mancare a Messa la domenica, e che poi in questi giorni mi hanno abbracciato e piangendo dispiaciute mi dicevano “comu nu patri”…a me che potevo essere loro nipote!!      

   “Il senso delle radici”, che il Chiaravallese, anche se emigrato in America o in Svizzera, nella festa e nell’immagine della Madonna della Pietra, trova quella forza per continuare a lottare nel quotidiano, ad attingere all’onestà e alla generosità, alla ospitalità, al senso del sacrificio e all’attaccamento alla famiglia dei propri antenati: valori sempre più rari da trovare attorno, ma dei quali vi assicuro sono terribilmente assetati i nostri ragazzi, alla ricerca di testimoni semplici e autentici per andare avanti con speranza.

   E  poi come cristiani sappiamo che le vere Radici sono “nel cielo”! Pertanto davvero grande è la gratitudine per tutti voi: quando penso alla vostra crescita, ai vostri volti, alla storia condivisa… ringrazio il Signore perché amandovi e condividendo la vostra storia, ho capito meglio la dimensione dell’Eterno… si, le nostre “radici sono nel cielo”!

   Grazie, immensamente grazie! Ora capisco meglio il mio cammino; ancora più convinto posso ripropormi di AVERE A CUORE L’ETERNO.

   E “perdonatemi di cuore” ogni mio errore e mancanza.

 

Cosa vi consegno?

   Semplicemente quello che stiamo facendo e che ha caratterizzato tutto il mio tempo in mezzo a voi: La Messa domenicale, soprattutto questa delle 10,30 , dove si esprime in modo completo quello che è la parrocchia: “una famiglia di famiglie… la fontana del Villaggio dove tutti vengono ad attingere l’acqua viva del Vangelo e dei Sacramenti”.

   “Senza la Domenica non possiamo vivere!!”: questo grido gioioso dei martiri di Abitene del III secolo, i vescovi italiani hanno voluto che riecheggiasse anche ai nostri giorni e lo hanno messo come slogan per il Congresso Eucaristico Nazionale di Bari del maggio scorso.  E’ di domenica, 2 dicembre 90, prima di avvento, che ho iniziato ad abitare con voi… è di domenica, oggi 11 settembre 2005, domenica della Misericordia di Dio e del perdono reciproco, che riparto… zaino in spalla, ricco solo del vostro amore, per raccontare ai futuri sacerdoti calabresi che si preparano nel Seminario S.Pio X di Catanzaro, di quale prete oggi ha bisogno la gente di Calabria.

   Nella Messa domenicale c’è il cuore pulsante della Comunità parrocchiale: abbiamo il Pane della Parola di Dio e dell’Eucaristia, e l’invito alla fraternità, nonostante si proviene da strade e case diverse. Da questo appuntamento, che sicuramente mi mancherà tanto in futuro, abbiamo trovato l’energia per amarci nonostante la diversità, tra sacerdoti (quanti hanno viaggiato con noi… don Mimmo, don Maurizio, don Cesare, don Gregorio, don Simone, don Giuseppe, gli indimenticabili fratelli africani don Gerome e don Joseph… e ora don Antonio e don Gianni) frati cappuccini, suore e fedeli …  

   Da questa Eucaristia Domenicale abbiamo attinto la forza per impostare la catechesi e portare la vita con i suoi drammi e le nascoste speranze nella liturgia… ancora da qui per il coraggio di testimoniare l’amore, la caritas, per i più poveri e abbandonati, per ripartire dagli “ultimi”, per sognare un mondo pacificato da ogni conflitto…

   Siete in tanti… vi ritroverete domenica prossima? Ha avuto un senso la mia presenza in mezzo a voi? Certamente lo sapremo tra qualche anno, nel modo con cui continuerete il cammino con don Gianni (a cui va il mio affetto e la mia stima… e chiedo perdono se a volte l’avrò fatto soffrire: vi assicuro che non era assolutamente nelle mie intenzioni!!), nel modo con cui accoglierete e insieme collaborerete con l’altro parroco e con le istituzioni presenti nel territorio: l’Amministrazione Comunale, le forze sociali ed istituzionali e soprattutto con il mondo della scuola: quanti progetti ed esperienze abbiamo vissuto insieme!!

 

   La “processione” continua… “ci rivedremo un dì”… io resto indietro, i vescovi mi hanno incaricato di  preparare le nuove guide del popolo di Dio, futuri sacerdoti che sappiano indicare a loro volta le strade del Regno Eterno del nostro Padre Amabilissimo. Come facevo a dire di “NO!” a questa chiamata? E se vedevo solo il mio “stare ormai bene” qui a Chiaravalle, con quale limpidezza e trasparenza avrei annunciato a voi e ai vostri figli il Vangelo di Gesù?

 

   Da padri, dobbiamo imparare a metterci da parte per dare libertà e futuro alle giovani generazioni: noi sacerdoti siamo solo “strumenti”, ecco perché da quando ho avuto la conferma della nomina a Rettore del Seminario  mi sono “messo da parte” e non ho più messo il microfono davanti ai gradini… da qui, vedete meglio CHI ho voluto annunciarvi, A CHI ho voluto farti attaccare: a Gesù e a Maria, sua e madre nostra!

   E’ bello essere prete così: truppa “leggera” , prete “senza casa” (come mi ha definito Walter) perché sia “di casa” presso tutti…prete, a volte bistrattato, insignificante, non calcolato…ma necessario per essere certi che le gioie siano vere e le lacrime siano asciugate… gente che non viene mai in chiesa ma che poi domanda “perché ve ne andate?…Quando passo la luce non sarà più accesa! … sarà ancora aperta la porta della canonica ?”

 

        Io che ho amato solo Te, Signore

Ancora una canzone mi servirà per cucire i vari sentimenti di questo giorno così particolare… l’ho sentita per radio l’altro giorno quando si comunicava la morte di Sergio Endrigo… Io la faccio mia , trasformandola in preghiera al Signore e alla Madonna della Pietra e… portandovi tutti nel cuore:

 

C’è gente che ama mille cose e poi si perde per le strade del mondo…

io ho avuto solo Te e non ti perderò, non ti lascerò per cercare nuove avventure

io che amo solo Te

ti regalerò quel che resta della mia gioventù.

 

 

don Dino                            

 

Chiaravalle Centrale, domenica 11 settembre ’05

 

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CHIESA EVANGELICA VALDESE


 
 

 

 

 

 

 

 

 

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Diario 1930-1943

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A cura di Daniele Garrone

Ebraismo - Guida Per non ebrei

Per chi vuole avvicinarsi alla ricchezza spirituale e sapienziale dell'ebraismo, questo volumetto fornisce le principali coordinate per orientarsi, anche riguardo ai costumi, alle feste e alle diverse correnti dottrinali, in un universo davvero affascinante da cui proviene gran parte di quello che oggi noi siamo. (26 ottobre 2019)

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Ventidue storie scritte da ventidue autori diversi, con un unico filo conduttore: la nostalgia per le proprie radici calabresi. (10 settembre 2019)

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Il trattato incompiuto di Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano tedesco ucciso nel campo di concentramento di Flossembürg il 9 aprile 1945. L'etica del cristiano non può che essere letta e vissuta alla luce del riconoscimento di Gesù come Signore dell'Universo. (30 agosto 2019)

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Come dice l'autore non è un libro di Qabbalà, ma un piccolo vocabolario dal quale si sprigionano pillole di sapienza che ci aiutano e leggere alcune storie della Bibbia e anche la realtà in cui ci muoviamo in questo nostro tempo. (18 agosto 2019)

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Haim Baharier

La Genesi spiegata da mia figlia

La Genesi, come tutti i racconti della Bibbia, è un racconto di mancanze, di claudicanze colmate e riparate dall'intervento del Divino. (28 luglio 2019)

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Herman Melville

Moby Dick

Un libro che non può non essere letto. Un'enciclopedia sotto la forma di un romanzo. La narrazione dell'ossessione del capitano Achab, attraverso la cui comprensione possiamo anche guarire dalle nostre di ossessioni prendendone le giuste distanze. (14 luglio 2019)

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Eric Noffke

Cristo contro Cesare - Come gli ebrei e i cristiani del I secolo risposero alla sfida dell'imperialismo romano

Da Giuseppe Flavio e Filone Alessandrino alle guerre giudaiche, alla nonviolenza "politica" di Gesù e Paolo di Tarso. Un'analisi attenta e documentata del modo variegato con il quale gli attori religiosi e politici del I secolo si rapportarono al potere romano. (7 luglio 2019)

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Rufus Burrow Jr.

Martin Luther King

Uno sguardo attento e informato sul retroterra familiare e sul percorso formativo che hanno ispirato il pensiero e l'azione per i diritti civili di Martin Luther King. Pensiero e azione che si sarebbero ulteriormente evoluti se il pastore battista non fosse stato assassinato a Memphis il 4 aprile 1968. (25 giugno 2019)

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Giampiero Comolli

La malinconia meravigliosa

I discorsi di commiato del Buddha e di Gesù

E' possibile confrontare i grandi discorsi di commiato del Buddha e di Gesù? Per alcuni versi si, per altri non potrebbero essere più distanti. Ma c'è una cosa che sicuramente li accomuna: una meravigliosa malinconia. Il senso di una pace a cui aspirare, la bellezza di una luce di cui talvolta possiamo fare esperienza e che subito dopo ci lascia la sensazione di una mancanza, di un desiderio che comunque siamo chiamati a coltivare con tutte le nostre forze. (1 giugno 2019)

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Francesco Filippi

Mussolini ha fatto anche cose buone

Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo

Un agile "manuale" per smascherare facilmente le bufale che girano sul fascismo, specie sui social. (30 maggio 2019)

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Lutero

La libertà del cristiano

"Il cristiano non vive per se stesso, ma in Cristo e nel prossimo, altrimenti non é cristiano: in Cristo per mezzo della fede, nel prossimo per mezzo dell'amore". Questa è l'essenza dell'intera vita cristiana. Una sintesi mirabile del Trattato che Lutero indirizzò a papa Leone X nel 1520, ma che ancora oggi è in grado di interrogare ogni cristiano che abbia voglia di confrontarsi con la sua fede e con il significato di stare nel mondo senza essere del mondo. (5 maggio 2019)

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Giusy Staropoli Calafati

Il viaggio delle nuvole

Un romanzo ispirato dalla vicenda umana e politica di Mimmo Lucano. Una favola bella, fatta di persone che avevano ritrovato speranza e voglia di vivere. (5 maggio 2019)

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Paolo Squizzato

Dalla cenere alla vita

Siamo molto di più del nostro peccato. Siamo chiamati a vincere i nostri sensi di colpa grazie alla gioia della fede che ci viene donata. (27 aprile 2019)

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Alister E. McGrath

Il pensiero della Riforma

Il XVI secolo rappresenta un passaggio fondamentale per la storia europea e non solo. Nel termine Riforma sono incluse almeno quattro diverse "riforme": quella luterana, quella delle chiese riformate (in particolare il calvinismo), quella radicale (anabattismo) e la controriforma cattolica. Il testo, con un linguaggio accessibile a tutti, percorre quella storia, restando sempre ancorato al contesto nel quale maturò, non solo sotto l'ottica del pensiero teologico e religioso ma anche delle implicazioni che ebbe e che ancora ha sul piano politico, etico, sociale ed economico. (13 aprile 2019)

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David Gossman

Qualcuno con cui correre

Tamar e Assaf, due storie che improvvisamente si incrociano. La volontà, la tenacia e la forza di inseguire un cammino di liberazione che finalmente sfociano nella felicità. (10 aprile 2019)

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Paolo Ricca, Giorgio Tourn

Le 95 tesi di Lutero

Una lente di ingrandimento su alcune delle 95 tesi che sul finire del 1517 contribuirono a scuotere l'Europa dal punto di vista religioso, sociale e politico. (25 febbraio 2019)
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Paolo Ricca

Dell'aldilà e dall'aldilà - Che cosa accade quando si muore?

E' la domanda delle domande. Il teologo valdese parte da una disamina delle varie visioni filosofiche e religiose per giungere a delle conclusioni coerenti con il suo cristianesimo. (15 febbraio 2019)

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Guido Dall'Olio

Martin Lutero

Una lettura della vita, dell'opera e delle relazioni del riformatore tedesco contestualizzata nel tempo e scevra da pregiudizi. (10 febbraio 2019)

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Brunetto Salvarani

Il vangelo secondo i Simpson - Da Bart a Barth

L'ironia, spesso, tratta i temi della fede con più profondità di molti seriosi sermoni. (16 gennaio 2019)

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Gioele Dix

La Bibbia ha (quasi sempre) ragione

Con creatività e ironia, Giole Dix "interpreta" alcuni testi dell'Antico Testamento. Il disegno di Dio è davvero imprescrutabile. (26 dicembre 2018)

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Mario Arcuri

Aldo Moro

Spiritualità di un cristiano in politica

Il racconto di un uomo che ha saputo vivere sino alla fine con coerenza e dedizione, sacrificato sull'altare della ragion di stato. (10 dicembre 2018)

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Ernest Emingway

Morte nel pomeriggio

Cronache e "critiche" della corrida, dei matador e di tutto ciò che ci ruota intorno, scritte come un "romanzo". (14 novembre 2018)

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Stefano Catone, Giuseppe Civati, Gianpaolo Coriani e Andrea Maestri

Il capitale disumano

Salvini e l'odio per decreto

Il recente decreto "Salvini" sull'immigrazione svela un'anima razzista. Oltre ad essere per molti aspetti contrario alla Costituzione e alle diverse Convenzioni internazionali sul rispetto dei diritti umani, produrrà problemi notevoli alla gestione delle politiche migratorie perchè scritto secondo un'ottica emergenziale e repressiva del tutto sbagliata. (4 novembre 2018) 

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