(Chiesa Evangelica Valdese di Catanzaro, domenica 22 ottobre 2023)

Marco 10,2-16

Care sorelle, cari fratelli,

il testo propostoci per questa domenica può essere scomposto in due parti: i versetti da 2 a 12 e poi quelli da 13 a 16.

Due parti che sembrano non sfiorarsi e appartenere a due dimensioni diverse. 

Anche la versione della Bibbia Nuova Riveduta, dalla quale abbiamo letto il nostro passo li separa: i versetti da 2 a 12 sono riportati sotto il titolo “Il ripudio” quelli da 13 a 16 sotto quello di “Gesù benedice i bambini”.

Quale può essere allora la logica secondo la quale il nostro lezionario ce li fa leggere insieme?

Proviamo a scoprirla.

Andiamo all’inizio del capitolo 10. Il primo versetto ci dice che “Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea e oltre il Giordano”. 

Facendo un breve escursione nel capitolo 9 dell’Evangelo di Marco poi possiamo capire che Gesù partì da Cafarnao, in Galilea, dove aveva avvertito duramente i discepoli di non fare a gara su chi fosse il più grande e sulla necessità di evitare gli scandali. 

Infatti, il capitolo si chiude con le famose e paradossali invettive di Gesù sulla necessità di rinunciare persino ad una mano, ad un piede e a un occhio, se sono causa del proprio peccato, perché è meglio entrare con una sola mano, con un solo piede o con un solo occhio nel regno di Dio che avere due mani, due piedi o due occhi ed essere gettato nella Geenna, cioè nel fuoco inestinguibile. 

La Geenna era la valle di Gerusalemme usata come discarica per i rifiuti della città, dove a scopo anche igienico ardeva sempre il fuoco. Quindi era compresa come un simbolo di perdizione.

Quindi, Gesù dalla Galilea si era recato in Giudea e nei territori della Giudea oltre il Giordano. Lì insegnava come era solito fare e le persone radunate lo ascoltavano.

Arrivarono però dei farisei che provarono a metterlo in difficoltà con una domanda a trabocchetto sul ripudio della moglie da parte del marito. 

“E’ lecito a un marito mandare via la moglie”?

Gesù, come sempre, non si scompone e richiama le Scritture per dare una risposta inequivocabile alla domanda.

In Deuteronomio 24,1 c’è scritto: 

“Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via.”

Questo atto di ripudio è un libello, chiamato ghet, che il marito consegnava alla moglie, ed è costituito da un testo scritto  in modo abbastanza semplice.

Vi sono indicati la data e il luogo, e quindi che il tal uomo con quell’atto divorzia da sua moglie, alla quale, da allora, è permesso risposarsi.

Praticamente il divorzio si compie proprio quando il marito dà alla donna il ghet.

Gesù, quindi, risponde ai farisei “è per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma”.

Questo perché il libello di ripudio consisteva in un atto di giustizia nei confronti della donna che subiva il divorzio. In una società estremamente patriarcale, il marito avrebbe potuto lasciare la moglie per un qualsiasi pretesto abbandonandola a se stessa e al proprio destino di miseria e di esclusione sociale.

Sappiamo benissimo che una donna senza marito, ma anche una vedova, era esposta a ogni disagio materiale, morale e civile. Diventava priva di ogni diritto e probabile vittima di chi desiderasse solo sfruttarla.

I testi biblici hanno infatti una continua attenzione per le vedove e per le persone più deboli.

Anche l’atto di ripudio esprime questa attenzione ridonando alla donna la sua dignità, perché le consentiva pure di risposarsi.

Risposarsi poteva significare acquisire di nuovo sicurezza e dignità in mezzo alla comunità.

Ecco perché Gesù dice “è per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma” . 

La norma del Deuteronomio impediva, quindi, al marito di agire in un modo assolutamente arbitrario e lo costringeva a formalizzare il divorzio da sua moglie.

Nel periodo del Primo Tempio anche i mariti che partivano per la guerra spesso lasciavano alle proprie mogli un ghet per liberarle, in caso risultassero dispersi, dall’obbligo di non risposarsi.

La durezza del cuore di molti maschi, che talvolta tentavano persino di invalidare il ghet, era temperata dunque dalla norma sull’atto ripudio.

Gesù però non si ferma qui e ritorna alla Genesi dove è scritto che Dio ci creò maschio e femmina. 

“ma al principio della creazione Dio li creò maschio e femmina.  Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito”.

Come possiamo leggere questi versetti senza cadere in un bigotto moralismo?

Tutto va ancorato alla infinita misericordia e al senso di giustizia di Dio, secondo anche quanto troviamo scritto nei versetti successivi:


“In casa i discepoli lo interrogarono di nuovo sullo stesso argomento. “Egli disse loro: «Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

Maschio e femmina, li creò. Questo passaggio ci dice che l’uomo è un essere di relazione, che non può stare senza l’altro o l’altra. 

Chi ha scritto la Genesi non aveva certamente le conoscenze antropologiche che abbiamo noi oggi, ma ciò che conta nel suo racconto è il richiamo alla relazione che ogni essere umano è chiamato a  cercare e a trovare con il suo simile. Attraverso questa relazione l’uomo si realizza in pienezza e trova anche la sua unione con Dio.

Il discorso che poi Gesù fa da solo con i discepoli in casa è un inno all’eguaglianza: sia la moglie che il marito se ripudiano il proprio compagno e ne sposano un altro o un’altra commettono adulterio.

Non c’è alcuna differenza di genere, ognuno e ognuna sono chiamate a assumersi le proprie responsabilità di fronte alle proprie azioni.

Gesù mette sullo stesso piano uomo e donna, non certifica lo squilibrio esistente tra maschio e femmina nella società del tempo, e ancora purtroppo presente in parte anche ai nostri giorni, ma lo mette in discussione. Pone le relazioni di genere su un piano di perfetto equilibrio.

Gesù, ancora una volta, ha una parola liberante che svincola da ogni pregiudizio.

Nel racconto non è descritta la reazione dei suoi interlocutori, non sappiamo qual è stato secondo loro l’esito di quel metterlo alla prova. 

Ma Gesù ha messo insieme legge e misericordia, ha unito giustizia e amore. 

Da una parte la necessità e la perfezione della relazione nel giardino della Genesi, dove era tutto molto buono, dall’altro la rottura di questa relazione a causa dell’arroganza dell’essere umano che non ha saputo rispettare il limite che Dio gli aveva dato. Da qui la norma, la legge che intendeva regolare, secondo giustizia,  anche i conflitti tra i coniugi.

Gesù non dice che la legge, ossia l’atto di ripudio era sbagliato, ma richiama il principio, quando tutto era perfetto, quando Dio con un atto di amore ha creato il maschio e la femmina in una condizione di perfezione. Lì c’era la pienezza dell’amore, non c’erano conflitti e l’essere umano era pienamente realizzato nella sua relazione con il partner e con il suo Creatore.

Il racconto della creazione non ci dice quanto questa perfezione durò. E’ un racconto stringato nel quale in pochi versetti possiamo ricavare la natura di Dio e la natura degli uomini. La Sua bontà da un lato e la nostra infedeltà dall’altro. 

D’altro canto in Ecclesiaste 7,29 troviamo scritto: 

“Questo soltanto ho trovato: che Dio ha fatto l'uomo retto, ma gli uomini hanno cercato molti sotterfugi”.

E questa infedeltà, dopo la cacciata dal giardino, non è mutata. Siamo sempre assediati dal nostro egoismo e dal nostro orgoglio, perciò poi Dio ha donato la legge in grado di temperare il male che comunque risiede nel cuore dell’uomo.

Abbiamo la legge, ma possiamo e dobbiamo aspirare a quell’amore iniziale. 

Il nostro cuore ha nostalgia di quella perfezione ed è a quella situazione che Gesù richiama i farisei. 

Anche nell’ebraismo c’è una continua tensione tra il formalismo della legge e il suo superamento per la realizzazione di una giustizia superiore che non risiede nei cavilli legali, o nella lettura superficiale della legge, ma in un amore verso il prossimo che gli uomini più pii (chassìd) sono tenuti a vivere, anche andando oltre, violando i paletti posti dalla legge stessa.

Proprio per questo, i farisei erano in grado probabilmente di comprendere bene le parole di Gesù e dove il Maestro li aveva condotti.

Lungo una via che risale dall’adempimento della legge a quello più grande dell’amore.

Magari non accettarono le sue parole, ma sapevano benissimo che quello che Gesù aveva detto coglieva nel segno, aveva spiegato il senso della Scrittura in maniera ineccepibile.

E qui possiamo anche cogliere il senso del collegamento che il testo biblico che oggi abbiamo letto ci suggerisce tra la prima parte dai versetti 2 a 12 e la seconda da 13 a 16.

I discepoli sgridavano quelli che conducevano i bambini da Gesù. 

Perché questo atteggiamento, ci possiamo chiedere?

Forse si sentivano autorizzati a fare da filtro, ad evitare che Gesù si stancasse, che subisse troppe pressioni. 

O, forse, perché i bambini come le donne erano parti emarginate e non potevano prendere parte nelle questioni di religione.

I discepoli forse si credevano una sorta di guardia del corpo di Gesù e probabilmente facevano a gara su chi fosse il più zelante.

Una condizione di presunzione e di orgoglio che Gesù raggelò.

Troviamo infatti scritto: “si indignò”. In pratica Gesù si scandalizzò, ebbe risentimento verso il comportamento dei suoi discepoli.

Ancora non avevano capito, ancora non erano pronti ad aprire il regno dei cieli, ancora tentavano di chiuderlo a chi non rientrava nei loro parametri.

Ma, ancora una volta Gesù fu spiazzante e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro. In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto. E, presili in braccio, li benediceva ponendo le mani su di loro”.

Nessuno può restare fuori dal Regno di Dio, tanto meno gli innocenti, quelli che non pongono condizioni per entrare.

Proprio come i bambini che per la loro purezza sono privi di preconcetti e possono accogliere il regno nella sua pienezza.

Gesù ama tutte e tutti, questo è il legame tra le due parti della nostra lettura di oggi.

Gesù accoglie qualsiasi sia la condizione in cui l’uomo si trova, non ha preclusioni. Anzi ama molto di più i deboli, quelli che non hanno avvocati difensori, quelli che sono respinti. Sono loro quelli cui Gesù ha più a cuore.

E’ Lui, il suo Spirito che ne prende le difese quando tutti gli altri ne prendono le distanze.

Donne e bambini, categorie deboli nella società ai tempi di Gesù. Categorie che non erano considerate neanche individui, privi di qualsiasi rilievo sociale.

Anche oggi, se allarghiamo lo sguardo a quello che succede nel nostro mondo “avanzato”, sono sempre donne e bambini a subire le conseguenze peggiori delle guerre e delle violenze. Stupri, corpi di donne esibiti come trofei, bambini lasciati soli in balia di se stessi, bambini deportati e violati, bambini bombardati.

Gesù si piega su questa umanità dolente, desolata e sconfortata.

Eppure Gesù li accoglie, li rende partecipi della propria missione, li fa sentire protagoniste e protagonisti, li rende eredi del suo Regno.

Il legame sta tutto nell’amore di Gesù.

Amen

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