(Chiesa Evangelica Valdese di Catanzaro, domenica 20 marzo 2022)

Per questa terza domenica del Tempo di Passione, il Lezionario “Un giorno, una Parola” ci propone come testo per la predicazione 1 Re, 19, 1-13a. E’ un testo ricco di messaggi e di implicazioni anche per le nostre vite. Prima di commentarlo, lo leggiamo però insieme.

1 Re 19, 1-13a

Care sorelle, cari fratelli

Dal testo appena letto e ascoltato siamo chiamati trovare, come in tutti i brani biblici, cose nuove e cose antiche. Tutte ci aiutano a racimolare i pezzi necessari alla costruzione di un mosaico dentro il quale si può scorgere un messaggio che, nonostante la lontananza storica dal racconto, parla anche a noi oggi.

Tra questi pezzi ve ne vorrei proporre due (quello del numero quaranta e quello del mormorio di vento leggero).

 

Prima però di affrontare questi temi, c’è bisogno di collocare il testo nel contesto della narrazione biblica. 

I due libri dei Re ci parlano delle vicende dei Re d’Israele, dalla conclusione del regno di Davide, all’avvento di quello di Salomone, al decadimento di quest’ultimo e alla scissione tra il Regno del Sud, quello che sarà chiamato Regno di Giuda, e il regno del Nord, quello che andrà sotto il nome di Regno di Israele, sino alla distruzione di Gerusalemme e all’esilio babilonese. Il nostro testo si colloca all’interno del Regno del nord, del Regno d’Israele. 

Il capitolo 16 del primo libro dei Re ci dice che in quel tempo divenne re d’Israele Acab, figlio del precedente re Omri. 

Il testo biblico ci informa pure che Acab prese in moglie Izebel, o Gezabele, e che fece: “ciò che è male agli occhi del Signore, più di tutti quelli prima di lui”. Infatti, il re Acab insieme alla cinica e spietata compagna Gezabele si dedicarono al culto del dio Baal (che significa padrone/signore). 

Baal era adorato come la divinità suprema/principale dei Cananei ed era rappresentato da un toro o da un vitello, quali simboli di fecondità. A tal proposito, ci torna subito in mente quanto avvenne in Esodo 32, quando il popolo d’Israele, uscito dall’Egitto, stanco di aspettare il ritorno di Mosè dal monte, fuse dell’oro per costruire un vitello che poi adorò. 

Però, in particolare, in questa storia la devozione dei profeti della corte di Acab e Gezabele è rivolta verso Baal di Tiro, un idolo raffigurato sotto l’aspetto di un guerriero. In sostanza Acab, insieme a Gezabele, aveva condotto il suo popolo a voltare le spalle al Dio d’Israele e a praticare l’idolatria.

E in questo contesto che si situa il testo che oggi abbiamo davanti, ma per comprenderlo meglio dobbiamo fare ancora un piccolo passo indietro. 

Nel precedente capitolo 18 Elia sfida davanti al popolo, sul Monte Carmelo, ben quattrocentocinquanta profeti di Baal. 

Per individuare questo luogo importante del nostro racconto, possiamo chiedere un piccolo aiuto alla geografia che ci dice che il monte Carmelo fa parte di un complesso montuoso posto a sud della città di Haifa.  Chi fa un viaggio in Israele lo può trovare sulla strada che porta dall’aeroporto di Tel Aviv a Gerusalemme ed è una delle prime tappe proposte nell’itinerario dei viaggi in Terra Santa. Oggi, c’è un monastero carmelitano dalla terrazza del quale si può godere di una veduta bellissima, la stessa vista che probabilmente aveva aiutato il servo di Elia, sempre nel capitolo 18, a scorgere la pioggia che segnava la fine della siccità che il profeta stesso aveva preannunciato nel capitolo 17. 

Qui, sul Monte Carmelo, Elia, usando anche una pungente ironia che sottolinea l’impotenza e la vacuità degli idoli, sconfigge i profeti di Baal perché, dopo avere invocato il nome del Signore, un fuoco cadde dal cielo e consumò il suo olocausto, a differenza degli stessi profeti di Baal che invece fallirono nel medesimo intento, nonostante il loro frenetico dimenarsi e l’invocazione fremente del loro dio. Così, Elia riuscì a convincere il popolo che il “Signore è Dio”, e lo spinse in una caccia ai profeti di Baal che furono sterminati. 

Giungiamo quindi al nostro testo di oggi. 

La regina Gezabele, ricevuto dal Re Acab, il racconto di quanto Elia aveva compiuto e di ciò che aveva fatto ai profeti di Baal,  lo minaccia di morte. Elia è spaventato e fugge per salvarsi, addirittura chiede al Signore di farlo morire perché dice: “non sono io migliore dei miei padri”. Ma mentre dormiva sotto una ginestra un Angelo del Signore lo richiamò alla realtà, lo fece mangiare e lo invitò a compiere un lungo cammino, quaranta giorni e quaranta notti sino ad arrivare al monte di Dio, l’Oreb (probabilmente lo stesso monte Sinai, dove Mosè ricevette le Tavole della Legge). Non è la prima volta che nella Bibbia ricorre il numero quaranta. 

E’ un numero simbolico che ritroviamo, per fare qualche esempio, nella storia di Noè che, per il diluvio, trascorre quaranta giorni e quaranta notti nell’arca. Isacco solo a quaranta anni si forma una famiglia. Mosè rimane sul Sinai quaranta giorni e quaranta notti prima di ricevere la Legge. Quaranta sono gli anni che gli Ebrei, dopo la liberazione dall’Egitto, vagano nel deserto prima di giungere nella terra di Canaan. Quaranta sono pure i giorni durante i quali i cittadini di Ninive fanno penitenza per ricevere il perdono di Dio. Nel Nuovo Testamento, Gesù, all’inizio della Sua missione, rimane nel deserto per quaranta giorni senza mangiare ne bere e quaranta sono i giorni durante i quali sempre Gesù, istruisce i suoi discepoli, dopo la resurrezione, prima di ascendere al Cielo e inviare lo Spirito Santo. 

Quaranta giorni e quaranta notti è dunque il tempo che serve a Elia per arrivare all’Oreb e ricevere la manifestazione, la teofania del Signore. Se il numero quaranta ricorre così tanto nei testi biblici ci sarà sicuramente un motivo. Quale può essere? Quaranta non è un tempo cronologico, non è l’esatta scansione del tempo, non sono le lancette dell’orologio che girano, ne lo scorrere del calendario, ma è un tempo “teologico”, cioè un tempo che ci parla di Dio e del Suo modo di essere e agire.

E’ il tempo della prova, ma anche della fiducia e dell’attesa. 

E’ un tempo in cui il popolo di Dio, ogni singolo credente e quindi ognuno di noi, matura le sue scelte, decide se seguire il Suo Signore, oppure no. E’ un tempo di pienezza, ma non è privo di fatica. In questo tempo c’è spazio per i digiuni, per i lunghi cammini, per i silenzi interminabili, per le prove, ma è soprattutto il tempo per interrogarsi. Chi sono io, cosa vuole Dio da me? Sono in grado di restare integro davanti alle tentazioni e alle seduzioni del mondo? Si, è proprio il tempo in cui il Signore ci chiede conto della nostra integrità, della nostra fedeltà alla Sua Parola. E’ il tempo della consapevolezza. Quaranta segna il passaggio da una condizione di incertezza e, magari di incredulità, a quella della saldezza nella fede. In questo tempo Dio, se abbiamo la pazienza e la fiducia dell’attesa vigile, rimuove tutte le incrostazioni del nostro cuore, ci aiuta a liberarci da tutto ciò che non è essenziale per la nostra vita, ci chiama alla conversione verso di Lui. E’ a questo punto che Dio si manifesta. 

Lo fà anche con il nostro Elia: “Che fai qui Elia?”. Dio, interpella Elia, al pari di ogni credente, come fece con Adamo nel Giardino: “Dove sei”? E come con Caino dopo l’omicidio di Abele: “Dov’è Abele, tuo fratello”? Dalla qualità della nostra risposta dipenderà l’intensità della relazione con il Signore. Nel testo che abbiamo davanti, Elia non si tira indietro, non tenta di smarcarsi per scaricare le sue responsabilità, per tentare un’inutile fuga dalla domanda, e risponde: “Sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore”.  Dio accoglie la risposta, lo rimette nel circolo della Sua relazione, e lo invita a ad andare sul monte per sostare alla presenza del Signore. 

Qui però lo aspetta un’altra sorpresa inimmaginabile. Il Signore non si manifesta ne nel vento forte e impetuoso, ne nel terremoto, ne nel fuoco, ma nel mormorio del vento leggero, nel sussurro di una brezza leggera. Dio si manifesta con la Sua “Ruah” che è una bellissima parola ebraica che possiamo tradurre come lo Spirito di Dio, il Suo soffio vitale. Possiamo bene immaginare lo sconvolgimento di Elia: lui che si sarebbe magari aspettato la manifestazione di Dio con tuoni e fulmini, con eventi sconvolgenti, rimane forse deluso perché gli si era rivelato con un semplice, ma profondo, alito di vento. Lui, che preso dal suo zelo, sul Monte Carmelo aveva fatto uccidere tutti i quattrocentocinquanta profeti di Baal e poi era scappato spaventato dalle conseguenze del suo gesto. Dio, qui lo ridimensiona, gli fa capire che lo zelo, l’impetuosità, la continua agitazione, tutto ciò che pensiamo e proviamo a fare anche nel Suo nome non serve a niente, è inutile se non è preceduto dall’attesa che prepara all’ascolto attento e silenzioso della Sua voce, che non è una Voce di aggressione, ma una Voce quasi impercettibile che può essere ascoltata con le orecchie, paradossalmente “vista” con gli occhi e compresa con il nostro cuore e con tutti i nostri sensi, anima e corpo, se siamo immersi nella fede/fiducia. 

Elia è spiazzato, si copre il volto con il mantello e si ferma all’ingresso della caverna. Ha capito, si è denudato della sua presunzione, è pronto per andare di nuovo in missione e proprio grazie a quel vento leggero, al respiro sommesso di Dio che gli chiede di nuovo: “Che fai qui, Elia?” In quel momento Elia ha davvero realizzato di essere un uomo di Dio. Amen.

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