Pensieri in libertà
Ricominciare a crescere PDF Stampa E-mail

E dopo aver smaltito la melassa natalizia, dopo aver festeggiato l’arrivo del nuovo anno, è il caso di augurarci: “Ricominciare a crescere”, naturalmente in campo economico. Sì, la crescita è necessaria. Ma penso che non sia giusto auspicare che si ritorni esattamente come si era prima della crisi. Per un motivo molto semplice. Perché la crisi ha messo in luce tutta una serie di magagne che ci portavamo dietro senza troppo preoccuparci delle conseguenze. In altre parole, la crisi ci ha obbligato a rivedere tanti aspetti della nostra società che hanno bisogno di un intervento chirurgico decisivo.

Sono quelli che il Presidente della Repubblica, nel suo messaggio di fine anno, ha denominato la “patologia” italiana: evasione fiscale, corruzione amministrativa, parassitismo, diffusa illegalità, inquinamento criminale. Vorrei aggiungere l'enorme debito pubblico, il dissesto dell'ambiente, le carenze in campo di trasporti, la malasanità, le difficoltà della scuola, le carceri sovraffollate, ecc. Ci si accorge che abbiamo un paese dissestato, che deve essere messo in ordine se si vogliono affrontare le sfide dei cambiamenti climatici e della globalizzazione.

E allora, ricominciare a crescere sì, ma non per stare meglio individualmente, per ricominciare a consumare sempre di più, ma per investire nei settori più nevralgici della vita sociale, perché a tutti sia data la possibilità di vivere in un paese progredito e solidale. Ma perché ciò possa avvenire è necessario che tutti, specialmente quelli che appartengono alle fasce più benestanti della popolazione, sappiano rinunziare almeno a una parte dei loro privilegi. Liberamente forse non lo farebbero mai. Benedetta crisi, se riuscirà a far stanare i soldi dove si sono indebitamente accumulati per metterli al servizio di quei settori in cui sono più necessari. Ma a monte di tutto ciò è necessario un nuovo patto sociale, fondato sui valori fondamentali della convivenza sociale.

Gaetano Rocca

(Domenica, 22 gennaio 2012)

 
Rispettiamo i beni della scuola PDF Stampa E-mail

Pubblichiamo la lettera aperta dei rappresentati dei genitori in seno al Consiglio dell'Istituto comprensivo "Corrado Alvaro" di Chiaravalle Centrale.

Ai genitori

I.C.  “C. Alvaro”

E, p.c.:

Al Dirigente scolastico

I. C. “C. Alvaro”

Al Signor Sindaco

Comune di Chiaravalle Centrale

Carissimi genitori,

quali vostri rappresentanti nel Consiglio d’Istituto sentiamo il dovere di rivolgerci a tutti voi per lanciare una campagna di sensibilizzazione sul rispetto dei beni comuni.

La scuola che i nostri figli frequentano rappresenta il più grande investimento dell’intera comunità sul futuro. Per consentire ai ragazzi di crescere culturalmente e socialmente, lo Stato e le amministrazioni locali mettono a nostra disposizione risorse umane (docenti, personale amministrativo, collaboratori scolastici), ma anche risorse strumentali (le aule scolastiche, i banchi, le sedie, i servizi igienici, le attrezzature tecniche, informatiche e multimediali, ecc…). Si tratta di beni comuni, perché appartengono a tutti noi, intesi come collettività che ne fruisce, ma non sono di nostra proprietà in quanto ci sono concessi in prestito. Sono beni preziosi, perché senza di essi i nostri figli non potrebbero andare a scuola o, comunque, sarebbero costretti a disagi enormi. Proprio per questo abbiamo il dovere di salvaguardarli e conservarli con cura e amore. Prima di tutto perché la perdita o la distruzione di uno di questi beni priva direttamente i nostri figli della possibilità di utilizzarli e poi perché è nostro compito consegnarli ai ragazzi che verranno dopo di loro in uno stato che consenta di vivere l’esperienza formativa ed educativa con profitto e serenità.

Ci preoccupano alcuni episodi di vandalismo che danneggiano beni materiali della scuola, contribuendo anche a creare un clima di sfiducia e di smarrimento. E’ necessario che tutti noi ci assumiamo la responsabilità di far capire ai nostri figli l’assoluta importanza dei beni di cui ogni giorno fanno uso e che qualsiasi atto vandalico o comunque irrispettoso provoca un pregiudizio in primo luogo a chi lo commette, ma sottopone l’intera comunità a un grave disagio, soprattutto in un periodo come questo di grave crisi economica che potrebbe impedire alle amministrazioni competenti di provvedere tempestivamente alla riparazione o alla sostituzione del bene danneggiato.

Assumiamoci perciò tutti insieme l’impegno di seguire di più i nostri figli, non solo nel profitto scolastico, ma anche nell’atteggiamento con il quale si pongono nei confronti dell’ambiente nel quale ogni giorno esprimono la loro personalità individuale e sociale. Facciamo del motto “rispettiamo i beni della scuola” lo slogan con il quale ogni giorno accompagniamo i nostri figli nel loro percorso di studenti. Parliamone e diffondiamolo tra tutti i nostri amici e conoscenti genitori, anche degli altri istituti scolastici. La scuola sarà migliore, saranno migliori i nostri figli e saremo migliori tutti noi.

Chiaravalle Centrale, 25 novembre 2011

Antonella Polito

Gianfranco Corrado

Gianfranco Mammone

Lucia Staglianò

Maria Trichilo

Nicola De Luca

 

 
Liberate Francesco PDF Stampa E-mail
 
Uomini di Dio PDF Stampa E-mail

“Uomini di Dio” (In originale “Des hommes et des dieux, degli uomini e degli dei") del regista francese Xavier Beauvois è un film assolutamente da vedere. Racconta la storia del sacrificio di sette monaci trappisti che nel 1996, in Algeria, nel pieno dello scontro tra fondamentalisti e regime militare, sono rapiti, e poi decapitati. E’ la storia di una fedeltà alla propria vocazione, all’uomo e alla propria comunità. La loro fedeltà non è scontata, non è a cuor leggero, ma è un percorso che procede dalla riscoperta delle proprie scelte individuali alla consapevolezza che essere coerente con quelle scelte impone, se necessario, anche l’estremo sacrificio. Più volte, di fronte al pericolo e al timore per la propria sorte personale, i monaci sono tentati ad andare via, a salvarsi, ma nell’ultima votazione scelgono di rimanere, ben sapendo quale sarà la loro sorte.

E’ una pellicola che mette a nudo il nostro cristianesimo talvolta così tiepido, lontano e pauroso di fronte alle scelte radicali. E, il passo del Vangelo di questa domenica (Mt 16, 21-27) testimonia come, con il loro sacrificio, quegli uomini di Dio hanno ritrovato la loro vita.

 

Ecco il testamento spirituale di padre Christian de Chergé, priore dell’abbazia di Tibhirine, ucciso, non si è mai saputo se dai fondamentalisti islamici o dall’esercito, con altri sei monaci trappisti in Algeria nel maggio 1996.

 

TESTAMENTO DI PADRE CHRISTIAN DE CHERGE’
Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale.
Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta?
Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche di meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia.
Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe pagare a un prezzo troppo alto ciò che verrebbe chiamata, forse, la “grazia del martirio”, doverla a un Algerino, chiunque sia, soprattutto se egli dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam.
So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini, globalmente presi, e conosco anche quali caricature dell’Islam incoraggia un certo islamismo. E’ troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa via religiosa con gli integrismi dei suoi estremismi.
L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un anima.
L’ho proclamato abbastanza, mi sembra, in base a quanto ho visto e appreso per esperienza, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa proprio in Algeria, e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”.
Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo “grazie” in cui tutto è detto, ormai della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, insieme a mio padre e a mia madre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo regalato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo.
E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due.
Amen! Inch’Allah.

(Domenica, 28 agosto 2011)

 
La vittoria referendaria PDF Stampa E-mail

La vittoria nei referendum è una vittoria autenticamente dei cittadini. Di quelli che si sono impegnati nei comitati promotori sin dalla fase di raccolta delle firme, allestendo banchetti, pedalate e le più svariate iniziative. Di quelli che hanno fatto il passaparola, che hanno allestito i gazebo e volantinato, con il bello e il cattivo tempo, rompendo il silenzio di tv e partiti. Di quelli che ogni giorno a ricordare che il 12 e il 13 giugno si votava. Di quelli che pur di farlo si sono presi anche insulti. Di quelli che ci hanno creduto, quando altri sono stati a guardare. Di quelli che si sono autotassati, perchè sapevano della posta in gioco. Di quelli che hanno sudato e ci hanno messo la faccia per un interesse generale e per i beni comuni. Ma sopratutto, di quelli che sono andati a votare perchè hanno capito che si trattava del loro futuro e di quello dei loro figli. A tutti questi grazie perchè hanno scritto una bellissima pagina di democrazia e di storia. Perchè hanno regalato una nuova speranza a tutti gli italiani.

(Martedì, 14 giugno 2011)

 
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