Il Vangelo di questa domenica (Luca 24, 13-35), la terza di Pasqua, racconta la storia dei discepoli di Emmaus. E’ uno dei passi delle Scritture tra i più suggestivi e ha destato da sempre in me un profondo fascino e un forte senso di commozione.

Si narra di due discepoli che facevano ritorno a Emmaus dopo i fatti della settimana santa. Erano stanchi, delusi, sfiduciati, parlavano tra loro della speranza al passato. Così come, spesso, avviene ad ognuno di noi nel corso delle nostre vite, quando ci pare che i nostri sogni, ciò in cui credevamo e su cui avevamo scommesso, ci sembrano svanire e così ci abbandoniamo alla nostalgia e alla disillusione-delusione.

Ma avviene qualcosa di straordinario, si avvicina un misterioso compagno di viaggio che cerca di capire l’amarezza che affiora dai discorsi dei due e poi li rimprovera per non avere compreso le Scritture e quindi il senso di ciò che è avvenuto. Quando poi, durante la cena, l’ospite spezza il pane e lo benedice allora il Signore è riconosciuto dai due discepoli, ma come misteriosamente era apparso altrettanto repentinamente scompare ai loro occhi.

A questo punto avviene la cosa più bella, i due ripartirono per Gerusalemme per raccontare agli altri ciò che avevano vissuto. E dobbiamo immaginarci i due che corrono nella notte  per strade certamente non asfaltate e nonostante la stanchezza della giornata appena vissuta, ma rinfrancati, senza più paure e con la gioia nel cuore di quell’incontro.

Rinasce la speranza. Gesù ci cerca per dirci che non ci ha abbandonato ma cammina con noi, di non avere paura, di non rinchiuderci nelle nostre nostalgie, ma di correre e aprirci al mondo perché non siamo più soli, l’incontro con Lui ci cambia e ci rende più forti. Tocca ad ognuno di noi saperLo e volerLo riconoscere.

Domenica, 6 aprile 2008

 

Proprio qualche giorno fa, nel pieno del periodo di Quaresima, durante la lettura de ‘I Fratelli Karamazov’ di Dostoevskij, mi sono imbattuto nel passo intitolato “Il grande inquisitore”. Nel secolo sedicesimo, a Siviglia, proprio nel giorno in cui sono bruciati nei roghi, organizzati dalla “Santa Inquisizione”, centinaia di corpi di “eretici”, torna Gesù. Passa in mezzo alla folla e viene da tutti riconosciuto. E’ riconosciuto anche dal Grande Inquisitore che lo fa imprigionare e rinchiudere nelle carceri del “Santo Uffizio”. Durante la notte successiva il Grande Inquisitore visita Gesù in prigione. Il monologo che ne segue è di una bellezza letteraria assoluta, ma genera una profonda inquietudine. Gesù è rimproverato per il suo ritorno. La sua nuova venuta rischia di mettere in discussione ciò che uomini e istituzioni hanno costruito nei secoli, servendosi della sua parola, per incutere il timore in altri uomini, per tenerli sotto il giogo della paura del peccato e della disubbidienza. Gesù, vincendo anche le tentazioni di Satana, aveva liberato gli uomini da ogni forma di schiavitù, ma gli uomini sono oppressi dalla libertà e hanno bisogno di qualcuno, di qualcosa, che dica loro come si debbono comportare, che li soggioghi rendendoli paradossalmente felici. E’ ciò che i potenti hanno realizzato dopo la prima venuta di Gesù, si sono impossessati delle paure, della difficoltà di scegliere e quindi di gestire la libertà e hanno imposto agli uomini nuovamente il peso del peccato da cui Cristo li aveva liberati. Queste sono le argomentazioni del Grande Inquisitore. Il ritorno di Gesù può spezzare di nuovo le catene chiuse ai polsi degli uomini e questo non va bene. Allora Gesù viene nuovamente condannato, questa volta al rogo.  

Molte volte ci si pone la domanda: se Gesù ritornasse sarebbe riconosciuto dagli uomini? La risposta probabilmente risiede nel racconto di Fedor Dostoevskij. Si, sarebbe riconosciuto, ma verrebbe di nuovo condannato perché il potere teme la libertà e la verità, perché anche la fede quando è istituzionalizzata, formalizzata, ritualizzata, quando ha ministri degli esteri, rischia di non essere più libera e liberante.

(Martedì, 18 marzo 2008)

 

Carnevale è una festa durante la quale ognuno può celare la propria identità e farsi beffe (in senso di scherzo) degli altri, una festa che riesce ancora a liberare lo spirito burlone di molte persone che provano a uscire dai “vestiti” indossati nella vita quotidiana per indossarne "altri", scatenando allegria e fantasia.

Spesso è una fuga verso un’altra maschera, altra rispetto a quella che portiamo ogni giorno per ruolo, convenienza sociale, situazioni contingenti. Quella maschera che ci impedisce di essere noi stessi, di mostrarci al mondo per quello che siamo e che copre le nostre sofferenze, le nostre solitudini, i nostri limiti, ma spesso anche le nostre gioie. Quella maschera che dissocia la nostra personalità in due, tre o anche più parti, spesso in contraddizione tra loro, pur di poter dimostrarsi vivi di fronte ad una società sempre più veloce e che lascia indietro chi non riesce a tenere il passo. Ma questa dissociazione rischia di separare anche la coscienza, di relegarla in un angolino buio, da dove la sua vocina diventa impercettibile e perciò meno fastidiosa.

Così la nostra maschera è circondata da altre maschere, tutte impegnate a recitare, a camuffarsi per non correre rischi, e la vita diventa un’enorme commedia buffa.

(Domenica, 3 febbraio 2008)

 

 

Ogni volta che ci si appresta a vivere un nuovo anno, ciascuno di noi cerca di immaginare come potrebbe essere. In questo gioco sul futuro influisce tutto ciò che siamo stati, le esperienze vissute, i passi in avanti (o anche indietro) che abbiamo fatto nell’anno che sta per chiudersi. In una parola, la domanda diventa: a che punto siamo? La risposta dipende evidentemente dagli obiettivi che ci siamo prefissi, da ciò che abbiamo messo al primo posto nella graduatoria delle nostre aspirazioni.

Ma, con il passare degli anni diventa inevitabile chiedersi ragione del senso della propria stessa vita. E’ una ricerca che siamo chiamati a fare su noi stessi. Un interrogativo da cui possiamo sfuggire solo temporaneamente, ma che non mancherà di riproporsi finchè non saremo in grado di dare una risposta o una "non risposta”.

La risposta potrebbe però sorprenderci e spiazzarci se ci accorgiamo che comunque non è definitiva, che siamo nel mezzo del guado, che tante cose possono essere rimesse in discussione, che il cammino richiede continue nuove conferme e che ciò che siamo non è ancora tutto.

Buon 2008!!! 

             
(Lunedì, 31 dicembre 2007)

Oggi è il Natale del Signore.

La Parola del Vangelo che la Chiesa Cattolica ci ha proposto nella liturgia (Gv. 1, 1-18) è, oserei dire, spettacolare. Infatti aldilà del racconto della nascita di Gesù, se pure con un linguaggio fortemente teologico, ciò che viene messo al centro di tutto è l’avvento della Luce che illumina ogni uomo, il senso autentico della fede.

Di fronte a tale immensità e a tanto mistero non possiamo che esultare di gioia e fare rivivere la speranza nei nostri cuori, perché la Luce è venuta per allontanare le tenebre, per farci rinascere a vita nuova, per non farci più rimanere preda della disperazione e della delusione.

Allora, l’augurio più bello che possiamo scambiarci è che la Luce di Cristo Signore, venuta in mezzo a noi, possa illuminare e rischiarare il cammino delle nostre vite.

(Martedì, 25 dicembre 2007)     

Giovedì scorso con “Il V dell’inferno” di Benigni abbiamo vissuto un’esperienza di vera grande televisione. Come utenti spettatori ci siamo riconciliati con il mezzo televisivo perché è stata data la dimostrazione che si può andare oltre i programmi spazzatura, realizzando trasmissioni di alta qualità con anche un grande ascolto. 

 

Benigni, come al solito, è stato straordinario. Quasi tre ore di monologo, senza soste, passando dalla satira e dallo sbeffeggiamento giullaresco dei potenti a regalarci momenti di eccezionale intensità poetica ed emotiva, come solo i grandi sanno fare.

Ha commosso soprattutto la lettura finale del canto di Paolo e Francesca. Qualcosa di immenso!!!

Eppure, personalmente non ho mai amato la Divina Commedia. Certo poeticamente inarrivabile, ma non mi è mai piaciuta l’anticipazione del giudizio di Dio da parte di Dante. Anche Roberto Benigni ha spiegato, per tentare di far capire il giudizio riservato a Paolo e Francesca, che ognuno di noi sarà nell’altra vita ciò che ha scelto e si è preparato in questa terrena. E’ un  sillogismo semplice, quasi naturale, ma umano e come tutto ciò che è umano fallace. Per fortuna, Dio non ragiona con le categorie umane perché, se dovesse ragionare come l’uomo, allora sarebbero veramente dolori per tutti noi.

Il Signore è il Dio della misericordia che, pur nella giustizia, va oltre la logica retributiva propria dell’uomo. Ricordiamoci della parabola degli operai che, anche se chiamati a lavorare nel corso della giornata per un numero minore di ore, sono pagati nella stessa misura degli altri che avevano lavorato di più (Matteo 20,1-16).

 Dio saprà leggere nel cuore di tutti gli uomini fino all’ultimo respiro che ognuno di noi avrà, comprenderà oltre quello che siamo capaci di comprendere.  E’ questa la nostra grande speranza.


(Domenica, 2 dicembre 2007)

Desidero ringraziare i miei amici Teresa, Fabrizio e Mario per la bellissima serata di ieri in pizzeria. Siamo stati veramente bene insieme, come vecchi amici che si ritrovano e rinnovano le loro emozioni, le loro storie, il loro vissuto, mettendo insieme ciò che li accomuna, ma anche ciò che li rende preziosamente diversi. Quello che conta è però la bellezza dell’incontro, la sorpresa e la meraviglia di riconoscersi nuovamente, la semplicità e la spontaneità con la quale riusciamo ancora a vivere il nostro rapporto umano.

Abbiamo riso, abbiamo giocato facendo ironia su noi stessi. Abbiamo discusso anche di cose importanti che interrogano le nostre coscienze e il nostro modo di essere. Abbiamo parlato del futuro. Abbiamo fatto tutto in modo lieve, con una serenità che ti aiuta a sperare.

P.S.: a proposito di futuro, auguri a Fabrizio e Anna che sono in attesa della loro bambina.    

(Domenica, 18 novembre 2007) 

Ricevo e pubblico la seguente lettera pervenuta nella mia casella di posta elettronica 

    Io ho deciso, con i bambini, di fare un'altro tipo di festa quella sera che abbia dei significati profondi perchè , sebbene io sia nata e cresciuta in Canada e abbia sempre festeggiato halloween, ho approfondito la questione e ho deciso che non mi piace come quella sera si esalti in modo particolare, sangue, morti, spiriti e altre cose orrende. Non mi sento coerente con il mio essere cattolica ( e neanche una tanto brava ) e per natura vado sempre al di là della superficie quando faccio qualcosa e ho imparato con il tempo a guardare se c'è un significato più profondo a quello che sto facendo.

 

Rischiamo ogni giorno di essere divorati dalla velocità. E' il ritmo della vita moderna: ci giustifichiamo!!! Ma anche la giustificazione è veloce, non approfondita, forse non "giustificata". 

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Si, perchè consumiamo tutto in pochi attimi. Dalle cose materiali a ciò che dovrebbe essere più intimo e consapevole: i nostri sentimenti e le nostre relazioni. Ci lasciamo trasportare senza tentare alcuna resistenza, convinti che non può essere altrimenti, che non possiamo rimanere indietro. La tanto amata tecnologia non fa che accentuare tale percezione. Desideriamo computer sempre più veloci, come se attendere un decimo di secondo in più fosse questione di vita o di morte. Abbiamo perso il senso dell'attesa paziente, il gusto della lentezza, che non è negazione dell'agire, ma è un agire con i tempi giusti nel rispetto della nostra dimensione di esseri umani. 

Allora ci farebbe bene rallentare, paradossalmente, fermarsi per fare un giro intorno a se stessi, per capirsi e tentare di capire più gli altri. Leggere un buon libro.

Rallentare anche a bordo delle nostre automobili per non farci del male e non fare del male, per godere del viaggio e di ciò che sarà una volta arrivati alla meta.

Non dico solo guidare piano, ma guidare con lentezza per vivere di più.

(Venerdì, 20 luglio 2007)

martedì, 02 maggio 2006

La pace non è semplice assenza di guerra, ma è una condizione dello spirito che, se ricercata, coltivata e custodita, si esprime in qualsiasi manifestazione della personalità umana.

 Sabato, 02 giugno 2007

Giovedì sera ho seguito la puntata di Anno Zero che si occupava del documentario della BBC “Sex crimes and Vatican”. E’ stata una sofferenza immensa.

Possedevo già il video da qualche settimana avendolo scaricato da google video, ma dopo la visione dei primi cinque minuti rimandavo di vedere il resto di giorno in giorno. Evidentemente c’era una paura recondita in me, quella di scoprire direttamente alcune vicende terribili che riguardavano la mia Chiesa Cattolica. Sapevo della storia dei preti pedofili americani e di qualche altro episodio, ma forse abitava in me il rifiuto di assistere a testimonianze dirette da parte di persone che avevano subito violenze sconvolgenti.

               Ho visto però Anno Zero e il disagio provato è stato grandissimo. Prima di tutto per le afflizioni fisiche e le umiliazioni morali subite dalle vittime, poi perché non riuscivo a capire perché la Chiesa ha cercato di coprire quelle vicende gravissime, invece di agire con determinazione nei confronti degli autori dei crimini evitando che gli episodi si ripetessero e tutelando così i bambini e le comunità.

 

La trasmissione, aldilà di quanto si potesse immaginare prima, pur nella sua drammaticità non avuto eccessi, non è stata quell’attacco alla Chiesa che molti disegnavano. Anzi, penso proprio che aver portato a conoscenza dell’opinione pubblica alcuni fatti non possa che fare bene alla Chiesa perché la costringerà ancor più a riflettere ed a adottare, di fronte a crimini così abietti, reazioni più decise.

La Chiesa non è stata sminuita nell’autorevolezza della sua missione. Conosciamo il bene che fa in tutto il mondo, sempre in prima linea nella diffusione della solidarietà ed a sostegno e difesa degli ultimi. Penso anzi che un’altra trasmissione in prima serata andrebbe dedicata alla Chiesa missionaria, ai tanti sacerdoti innamorati del Vangelo e impegnati nel suo annunzio sino al sacrificio della vita. Proprio per questo, però, non è tollerabile la copertura interna di comportamenti abominevoli che violano proprio i più deboli ed indifesi: i bambini.      

Monsignor Fisichella, ospite della trasmissione, ha definito “criminali” quei preti che si sono resi responsabili degli episodi di pedofilia e ha aggiunto che non sarebbero dovuti mai diventare sacerdoti. Queste affermazioni sono pienamente condivisibili. Ma perché allora la Chiesa non si è comportata coerentemente? Perché, invece di adottare dei semplici provvedimenti di trasferimento da una parrocchia all’altra, non ha scomunicato e allontanato da ogni comunità quei preti, come peraltro ha fatto con alcuni teologi per motivazioni molto meno importanti e solo per aver espresso delle posizioni dottrinali “poco ortodosse”? 

La Chiesa ha il dovere e la responsabilità morale di fare pulizia, perché i preti pedofili tradiscono la loro missione e i loro stessi fratelli, perché abusano della debolezza di persone innocenti e della fiducia che si riconosce loro, perché violano per sempre l’anima e la dignità di coloro che hanno ricevuto in affidamento. Tale dovere e tale responsabilità non contrastano con la misericordia perché questa si manifesta nella capacità di esser vicino ad ogni uomo, anche nelle sue miserie, ma non esclude, anzi impone, l’urgenza di tutelare le vittime e di evitare che altre persone subiscano.

Come credenti e cattolici dobbiamo pretendere questa pulizia. Gesù in Matteo 18, 5-6, in una delle affermazioni più dure della sua predicazione dice: 5E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio accoglie me. 6Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli si fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”.

 

15  aprile 2007

La nostra vita è fatta di incontri e di volti. Centinaia di persone incrociano le nostre esistenze nelle più varie occasioni. Ciascuna di loro, anche se non ce ne rendiamo conto, ci lascia una traccia, un segno del suo passaggio.   

Ci sono però degli incontri speciali ai quali rimaniamo più legati. Non importa come sono avvenuti, forse non ricordiamo neppure quando, eppure sono diventati per noi dei punti di riferimento con i quali la nostra vita si confronta e trova spesso un’oasi di stabilità e di fiducia.  Sono quelle persone che puoi non vedere e non sentire anche per mesi, ma sai che ci sono, che ti vogliono bene. Sono quelle amicizie sincere, fuori da ogni interesse, fuori da ogni morbosità di possesso e di esclusività e perciò libere di esprimersi in tutta la loro potenzialità. Non c’è bisogno di toccare, di provare quotidianamente la loro fedeltà, basta un pensiero, è già sufficiente la gioia di averle conosciute. Nel rapporto con queste persone nessun posto è lontano perché le nostre anime avvicinano ciò che può apparire distante, nessuna separazione è possibile perché ci lega un sentimento che va oltre le nostre azioni quotidiane ed il luogo fisico in cui ci troviamo.

Sono amicizie circolari che prima o poi spontaneamente, senza forzare le situazioni, ritrovano la bellezza e l’emozione dell’incontro personale, del contatto ravvicinato. Basta poco e può avvenire anche per caso, una telefonata, un messaggio, magari una serata in pizzeria e capisci ancora di più quanto sono preziose.      

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CHIESA EVANGELICA VALDESE


 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per leggere

Massimo Recalcati

La Legge della Parola. Radici bibliche della psicanalisi.

Una lettura psicanalitica di alcune storie del Vecchio Testamento, anche attraverso il riferimento a Freud e Lacan. Un esperimento interessante, in alcuni passaggi forse troppo estremo. (19 agosto 2022)

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Yann Redaliè

I vangeli. Variazioni lungo il racconto. Unità e diversità del Nuovo Testamento.

I vangeli non rappresentano un monolite, ma dispiegano i loro racconti nella varietà letteraria e teologica della loro composizione. Sono storie aperte alle diverse letture, ma ciò non né pregiudica l'unità del loro scopo: la testimonianza dell'incarnazione, della morte e della resurrezione di Gesù. (19 agosto 2022)

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Amos Oz

Gesù e Giuda

Amos Oz "contesta" la narrazione dei Vangeli su Giuda. E' il traditore o colui che ha creduto più di tutti a Gesù, il primo e ultimo cristiano? (28 giugno 2022)

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Giuseppe Gervasi

Dietro una porta ho atteso il tuo respiro

Un racconto delicato di una storia di dolore. Una coppia appena sposata, con tanti progetti in cantiere, si trova catapultata nel vortice di una malattia terribile. La storia però è un inno alla speranza, all'amore e all'amicizia, alla ricerca della felicità. (24 giugno 2022)

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Giuseppe Berto

La Gloria

Quasi un Vangelo secondo Giuda. La storia di Gesù, osservata attraverso uno dei possibili angoli visuali di Giuda, entra nel mistero del suo profilo psicologico, della sua autocoscienza. La domanda che rimane irrisolta, agli occhi dell'autore, è: fu sacrificio o fu assassinio? (12 giugno 2022)

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Anna Politkovskaja

La Russia di Putin

La giornalista russa, assassinata il 7 ottobre 2006, concludeva questo suo scritto del 2005 dicendosi amareggiata e incredula per l'indifferenza dell'Europa, abbagliata dal petrolio, dal gas, dai soldi facili degli oligarchi, nei confronti del regime criminale e sanguinario di Putin. Una miopia che si è svelata drammaticamente con l'aggressione all'Ucraina del 24 febbraio 2022. (7 maggio 2022)

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Amos Oz

Giuda

Giuda è stato il davvero il traditore di Gesù o il suo più fedele seguace? Sul filo di questa domanda si dipana il racconto che gira intorno ad un periodo della vita del giovane Shemuel Asch che tra la fine del 1959 e l'inizio del 1960, dopo aver rinunciato agli studi all'Università di Gerusalemme, va a vivere per tutto l'inverno da Gershom Wald, un settantenne cui presta assistenza, e Atalia Abrabanel, la nuora di Gershom della quale Shemuel si invaghisce. In sottofondo, fanno da eco gli eventi drammatici della nascita dello Stato d'Israele. (31 marzo 2022)

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Gabriele Boccaccini

Le tre vie di salvezza di Paolo l'ebreo - L'apostolo dei gentili nel giudaismo del I secolo

Paolo non è stato un apostata dell'ebraismo. La sua non è stata la "conversione" sulla via di Damasco. A partire dalla propria esperienza di rivelazione di Gesù, ha aderito a quella che era la posizione apocalittica del giudaismo, una delle tante "versioni" dell'ebraismo del II Secondo Tempio. Paolo poi non ha mai detto di volere abrogare la Torah. Aldilà delle letture fatte nei secoli, Paolo non fu neanche intollerante perché il cuore del suo messaggio non designava Gesù Cristo come unica fonte di salvezza, non c'erano precorsi separati per ebrei e gentili, ma gli ebrei hanno la Torah, i gentili la loro coscienza e le pecore perdute (sia ebrei che gentili) hanno Cristo per la giustificazione (non la salvezza) dei loro peccati. (5 febbraio 2022)

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David Mathis

Le abitudini della Grazia

Come possiamo coltivare la Grazia di Dio che è in noi? Alcuni semplici consigli per non dimenticarci che abbiamo un tesoro prezioso da innaffiare e curare ogni giorno. (25 gennaio 2022)

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Ermanno Genre

Il culto cristiano - Una prospettiva protestante

Il culto cristiano è la risposta a una chiamata, con la quale ci dichiariamo disponibili a rimanere sempre connessi con Dio e con il mondo. E' il principio dell'etica, perché in forza della chiamata non possiamo più rimanere indifferenti alle sorti e alla sofferenza delle nostre sorelle e dei nostri fratelli. (6 gennaio 2022)

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