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La profazione di un tempio

Con il furto di ieri dell'insegna del campo di concentramento di Auschwitz, patrimonio dell'umanità e bene protetto dall'Unesco, è stato profanato un tempio, un tempio del dolore e della sofferenza dove si è concentrato tutto il male che un uomo può fare ad un suo simile. Un luogo sacro che non avrebbe dovuto essere violato, perchè la memoria delle atrocità che sono state commesse deve continuare ad essere un monito, sopratutto per i giovani, affinchè nessun potere, nessun governo, nessun essere umano possa sprofondare di nuovo in quell'abisso di abiezione e di crudeltà. Ma forse proprio la rimozione della memoria è l'intento che ha animato i criminali che hanno rubato la scritta "Arbeit macht frei" (Il lavoro rende liberi). Il valore simbolico di quel motto, posto all'ingresso di un campo dove chi entrava non aveva in pratica alcuna possibilità di uscirne vivo, e del terribile imbroglio che rappresentava è altissimo e averlo portato via significa tentare di oscurare il riferimento ad un male assoluto che poco più di sessanta anni fa è stato prima teorizzato e poi scientificamente realizzato nel cuore della nostra Europa. Qual'era il lavoro che rendeva liberi, quello magari dei deportati che alla fine della giornata erano costretti a trascinare i compagni che non ce l'avevano fatta, stremati dalla fatica e dagli stenti, o quello degli aguzzini delle camere a gas o dei forni crematori?

Ci sono ormai tantissimi inquietanti segnali, nel nostro paese e in tutta Europa, di un risveglio di gruppi che proprio in quel male trovano il loro punto di riferimento. Fa veramente rabbrividire sapere che ancora, dopo tutto quello che ci è stato raccontato, ci siano ancora persone che si richiamano a quella ideologia che intorno allo sciagurato principio di purezza della razza e al progetto di soppressione, prima morale e poi fisica, del "diverso" ha costruito il suo potere mortifero. Questi segnali non possono e non debbono essere sottovalutati, non bisogna credere di essere di fronte solo a sparute minoranze che, magari ai margini della società e della storia, si nutrono di slogan per uscire fuori da una quotidianità anonima. Anche allora erano in pochi ma poi...hanno trascinato verso la morte e la distruzione milioni di uomini.

(Sabato, 19 dicembre 2009)


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Quella croce senza Gesù

Tra gli attacchi rivolti da Calderoli e dalla Padania al Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, c'è quello di non occuparsi di ciò che teoricamente dovrebbe interessare di più la chiesa, cioè la sentenza europea sul crocefisso. Ho però l'impressione che Calderoli e la Lega abbiano una strana concezione del crocefisso considerandolo come un pezzo di legno, un totem, il simbolo di odino celtico messo sulle pareti e sulle bandiere per poter essere brandito e scagliato su chi non la pensa come loro. L'immagine che hanno del crocefisso, evidentemente, non comprende la presenza sulla croce di quel Gesù, anche Lui extracomunitario, che è morto sul quel patibolo infame come via di riscatto per tutti gli uomini ed in particolare di quelli più deboli e poveri.  Il discorso alla città del Cardinale Tettamanzi proprio a questo era rivolto, a sollecitare chi ha responsabilità politiche e amministrative e tutta la città a interrogarsi se la misura del livello di solidarietà della società milanese è adeguata ai bisogni dei bimbi, dei ragazzi, dei giovani, dei disoccupati, dei precari, degli anziani, dei malati, degli immigrati, insomma di quelle persone che quotidianamente rischiano di trovarsi ai margini. Questa preoccupazione, questo voler prendersi cura, è il segno autentico del cristiano e del cristianesimo e significa accogliere nel modo più autentico il messaggio di Gesù comprendendo appieno il Suo sacrificio.

"Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi" (Mt 25,35-36). Per ogni cristiano ciò dovrebbe essere la vera difesa del crocefisso. Sono parole scomode per ognuno di noi e tagliano la nostra coscienza ogni volta che ci comportiamo in modo opposto. Se vogliamo siamo liberi di voltarci dall'altra parte, senza poi pretendere però di erigerci a difensori dei simboli della cristianità. I nostri "amici leghisti" evidentemente o non conoscono il Vangelo o fanno un po' di confusione, o sono in perfetta malafede desiderando una Chiesa acquiescente alle loro sparate, una Chiesa meno scomoda e incapace di essere profetica, un cristianesimo ridotto a pura religione civile.

(Martedì, 8 dicembre 2009)


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Padre Enzo Bianchi, Priore di Bose, a Catanzaro

Ieri l’auditorium “Sancti Petri” del Palazzo Vescovile di Catanzaro ha ospitato Padre Enzo Bianchi, Priore della Comunità Monastica di Bose, che è intervenuto nell’ambito della conferenza “La testimonianza cristiana come via privilegiata per l’ecumenismo”. Sono state parole illuminanti, parole che interrogano e che danno senso, parole che ci hanno riportato al centro della nostra fede: Gesù.

Ci sono ancora tante cose che dividono i cristiani, non ultime le questioni relative all’etica e ai comportamenti individuali, il percorso dell’ecumenismo è difficile e pieno di insidie. Secondo Padre Enzo, è un cammino che richiede infinita pazienza e che si deve nutrire di piccoli gesti di amore, di comprensione, di accoglienza e di condivisione, ma tutti i cristiani possono e devono ritrovare la loro unità comportandosi come i raggi della bicicletta che non si rincorrono tra loro, ma tutti convergono verso il centro della ruota, appunto Gesù Cristo.

Ma cosa significa essere cristiani? La risposta che ci ha offerto il Priore di Bose può destare anche “scandalo” (ma la parola di Gesù non è a sua volta “scandalosa”?), può far storcere il naso a qualcuno, ma, se ci riflettiamo bene, nella sua radicalità, è l’unica possibile: essere cristiani non significa aderire ad una religione, significa più “semplicemente” aderire a Cristo, assumere Cristo come unico punto di riferimento della propria vita, amarLo incondizionatamente e senza alcuna riserva. Solo così la fede è autentica, altrimenti rischiamo di vivere una religione senza fede, o peggio una religione che ostacola la fede. La fede stessa, quella vera, quella realmente radicata in Gesù Cristo, preconizza anzi “l’uscita dalla religione”.

E’ stato questo il nucleo del messaggio che Padre Enzo Bianchi ha voluto lasciare ai presenti nell’auditorium dell’Arcivescovado. Il cristiano, però, nella visione di Padre Enzo, non solo deve amare Gesù e cercare di imitarlo. Nel fare ciò deve essere “differente”, capace, mediante la testimonianza della sua vita, di essere “sale della terra”. La differenza cristiana significa non giocarsi la fede “al ribasso” accontentandosi di ciò che è “normale”,  ma scegliere di essere “altro” rispetto a stili di vita ormai omologati. Altrimenti, senza questa opzione, il sale perde tutto il suo “sapore”.

Su questo percorso si innesta, nella visione del Priore, l’amore verso questo tempo che il cristiano è chiamato a vivere e questa terra che il Signore gli ha donato, non ne esiste una migliore, ne una più bella. Qui e ora è interpellata la sua fede e non è coerente con il suo battesimo rifugiarsi in nostalgie dei “bei tempi” che furono, perché questi “bei tempi” non sono mai esistiti. Ogni tempo è un tempo difficile, pieno di contraddizioni, dove il male e le tentazioni sono sempre in agguato e dove il cristiano deve testimoniare con coraggio la sua fede, il suo radicamento a Cristo.

Al termine dell’incontro, è rimasta incombente la domanda di San Paolo alla comunità di Corinto che il Priore di Bose ha riformulato ai presenti: “Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede”. E’ un interrogativo aperto che non ci può lasciare tranquilli, ma che, al contrario, ci dona un sano senso di inquietudine.

(Giovedì, 29 ottobre 2009)


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Tutti insieme per una Calabria pulita

La manifestazione di Amantea di sabato scorso “Riprendiamoci la vita, vogliamo una Calabria pulita”,  organizzata dal Comitato civico “Natale De Grazia”, è stata un grande evento di partecipazione popolare che finalmente ha fatto vedere una Calabria, nei suoi cittadini, consapevole della necessità di doversi riprendere il proprio territorio, il proprio mare, in una parola il proprio destino. Non era scontato che una marea così grande di persone (si parla di circa 30.000) confluisse da ogni dove della nostra regione per esprimere insieme al grido dolore e alla rabbia, anche e soprattutto l’istanza di verità e di cambiamento. Forse, finalmente, abbiamo riscoperto la società civile o, probabilmente, meglio, come direbbe Don Luigi Ciotti, la società responsabile.

Anche il mare di Amantea era in forte movimento, uno spettacolo di forza con i suoi cavalloni impetuosi, quasi a dare lo slancio: andate avanti, lottate, difendetemi perché così difenderete anche voi. E il tempo, nel corso del corteo, ci ha regalato sole e pioggia, manifestazioni di una natura che non può tollerare ulteriori violenze.

C’erano anche numerosi politici che, giustamente, non hanno parlato, ma speriamo che abbiano avuto la capacità e la sensibilità di ascoltare la voce della comunità che chiede loro risposte semplici: la verità su quello che è realmente accaduto e l’impegno concreto di lottare a difesa dell’ambiente, che dovrebbe essere la nostra principale risorsa, anche economica, e che invece forse è stato utilizzato per essere fonte di illecito arricchimento per pochi e di morte morale e materiale per tanti, per troppi.    

(Lunedì, 26 ottobre 2009)


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La logica perversa del consenso. La necessità di un nuovo patto sociale e politico

La politica italiana, sia a livello locale che nazionale, è sempre più ripiegata sulla logica pura del consenso. Intendiamoci, non parlo del consenso sui programmi, sulle idee, su una visione. Su questo si fonda la radice della democrazia che è il confronto e la scelta tra diversi e alternativi modi di vedere e di intendere la società e il suo governo.  Intendo, invece, riferirmi al consenso spicciolo, quello su piccoli e grandi favori, su promesse mirabolanti e ingannatrici, in una parola al voto di scambio. I frutti avvelenati di questo sciagurato modo di intendere la politica sono sotto gli occhi di tutti, oggi più che mai di fronte alle bare delle vittime provocate dall’alluvione del messinese. Si, perché per un pugno di voti si permette di costruire dove il territorio non lo consente, non si abbattono le costruzioni illegali, si permette di inquinare e deturpare l’ambiente e la salute dei cittadini, si coopta una burocrazia che non può e non riesce a svolgere il proprio dovere, si violano i più elementari principi della convivenza civile. Il fenomeno assume una connotazione ancora più devastante nelle nostre regioni meridionali, dove il bisogno è più grande e dove il politico di turno è visto come colui che può “aiutarti” che ti può “risolvere il problema”. E, allora, il consenso diventa l’arma letale per acquisire un potere fine a se stesso che non ha nulla che fare con il servizio alla comunità. Non solo, il consenso diviene anche l’alibi per sfuggire alla proprie responsabilità: “ho il consenso dei cittadini, il popolo è con me”.

Questo modo di intendere la politica è purtroppo quasi universale, cioè praticato a destra, al centro e a sinistra. Per rimuoverlo servirebbe un nuovo grande patto sociale e politico. A sottoscriverlo dovrebbero essere prima di tutto i grandi partiti su alcuni punti fermi fondamentali, la condivisione di un rigoroso codice etico al centro del quale ci sia l’affermazione della responsabilità e del rifiuto di ogni logica di “do ut des”, del dare per avere. Si potrebbe aprire una nuova stagione della politica su un terreno comune di rispetto e di giustizia, dove ogni partito si proporrebbe ai cittadini in maniera trasparente ed esclusivamente sulla base del proprio programma di governo. E bisognerebbe partire proprio dalla nostra terra di Calabria. Nel 2010 ci sono le elezioni regionali: sarebbe un bel modo di tentare di risalire la china, proponendo candidati limpidi e cristallini, evitando di illudere ancora una volta i calabresi. Ma ci vorrebbe pure una cittadinanza più attiva, meno “sensibile” alle sirene dei “politicanti” e ai richiami dei possibili vantaggi personali, più esigente di buona amministrazione, più consapevole che amministrando bene la cosa pubblica si cura meglio anche il proprio interesse.

E’ utopia? Non lo so. Ma per riscattarsi forse c’è di nuovo bisogno di sognare.   

(Sabato, 10 ottobre 2009)


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L'Officina a Radio Onda Verde

Ieri, “L’Officina:idee per la cultura” è stata ospite del programma di Nicolino La Gamba “Pagina protetta” su Radio Onda Verde” di Vibo Valentia. E’ stata una bella occasione per parlare dell’associazione a partire dalla sua nascita, per proseguire sulle iniziative realizzate e infine sui progetti per il futuro. Ma, non solo. Al centro della trasmissione radiofonica anche un confronto, a tutto tondo, sul ruolo dell’associazionismo nella nostra terra di Calabria, sull’importanza e sulla difficoltà di fare rete, sulla fondamentale necessità di coinvolgere in ogni iniziativa culturale i ragazzi e i giovani, ma anche sulle assenze e la mancanza di sensibilità della politica.                                           

In rappresentanza dell’associazione hanno partecipato Maria Augusta Giorgio, Patrizia Sanzo e Gianfranco Mammone.

Tra qualche giorno sarà disponibile il podcast con la registrazione della trasmissione.

(Domenica, 4 ottobre 2009)


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Effetti collaterali

Ancora una volta ci ritroviamo a piangere la perdita di nostri militari in missioni all’estero. Al dolore dei familiari e di tutto il paese si aggiunge quello dei parenti delle vittime civili afgane, di cui poco si parla ma che pagano pure loro e con pari dignità l’assurdo tributo di sangue alla violenza. Si proprio i civili, le persone comuni di ogni età, in tutti i teatri di guerra, simmetrica o asimmetrica che sia, sono le più indifese e quelle che, nel silenzio dei media, offrono il più grande sacrificio all’indistruttibile moloch della guerra.  La morte li sorprende inermi mentre si credono al sicuro nelle loro case, mentre vanno al mercato, mentre si recano sul posto di lavoro. Restano però soltanto numeri, non hanno un volto, né storie da essere raccontate. La brutalità subita resta un effetto collaterale anche nei resoconti di tv e giornali. Nessuno si ricorderà di loro, nessuno mai li considererà eroi. Eppure sono loro i veri eroi, perché continuano a voler vivere nonostante tutto intorno a loro parla di morte, perché vogliono essere normali quando di normale non c’è assolutamente niente, se non la stupidità delle armi.

(Sabato, 19 settembre 2009)


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